XXI Domenica del Tempo ordinario – (Anno – C)


Entrata della Gerusalemme Celeste, del Beato Angelico

Vangelo

22 Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. 23 Un tale Gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Rispose: 24 “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: ‘Signore, aprici’. Ma egli vi risponderà: ‘Non vi conosco, non so di dove siete’. 26 Allora comincerete a dire: ‘Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze’. 27 Ma egli dichiarerà: ‘Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità’. 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio e voi cacciati fuori. 29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio. 30 Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi” (Lc 13, 22-30).


La porta del Cielo


“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Domanda fatta a Gesù con scarso intento di perfezione. Tuttavia, molti saranno interessati a conoscere la risposta del Divino Maestro. Ascoltiamola con attenzione.


I – Il viaggio definitivo


Quando ci si presenta la possibilità di un viaggio, la nostra attenzione comincia a dividersi tra il presente e il futuro, tra l’ambiente corrente con le sue occupazioni e il luogo in cui andremo. Se la nostra assenza sarà lunga, e ancor più se la nostra destinazione sarà in un paese molto lontano, entreremo in un certo stato di tensione che potrà essere maggiore o minore, a seconda del temperamento e della mentalità di ognuno, ma la totale indifferenza raramente si verificherà.


Passaporto, indumenti, oggetti, medicine, ecc., costituiranno un pensiero più o meno costante fra le nostre consuete attività di tutti i giorni, prima di partire. La lingua, i costumi, il clima, l’alimentazione, ecc., ecciteranno la nostra curiosità, alimentando il sogno di un’esperienza nuova, quasi mitizzata quanto alla possibile felicità. Dall’alba allo spegnersi delle luci, la nostra immaginazione percorrerà le vie, le piazze e i monumenti di quella città dove andremo ad abitare per un certo periodo. I provvedimenti concreti, per quanto poco metodici si sia, avranno la priorità nelle nostre responsabilità e incombenze, e a un punto tale che probabilmente avremo iniziato il nostro viaggio molto prima di salire in aereo.


Al tramonto di questa vita, intraprenderemo il più importante e definitivo trasloco della nostra esistenza verso… l’eternità, ma sarà differente da tutti gli altri, perché non potremo portare assolutamente nulla dei nostri averi e non sarà necessario nemmeno il passaporto. Questo viaggio non avrà ritorno e dovrà realizzarsi in solitudine, senza accompagnatori. La partenza è indifferibile, da sempre è stata fissata da Dio, e non avrà ritardi. L’arrivo potrà avvenire tanto nell’inferno, quanto nel Cielo, e per quest’ultimo luogo è possibile anche una deviazione in Purgatorio.


Tuttavia, questo è il viaggio da quasi tutti relegato nel dimenticatoio. Carriera, denaro, piaceri, salute – in sintesi, la mondanità – è l’ossessione che sconvolge le menti da quando Adamo è uscito dal Paradiso, prolungando attraverso i secoli e i millenni gli echi dell’episodio verificatosi tra Marta e Maria: “Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: ‘Signore, non ti curi che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti’. Ma Gesù le rispose: ‘Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta’” (Lc 10, 40-42). Infatti, solo una cosa è necessaria: la salvezza eterna. “Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Mt 16, 26).


Il Vangelo di oggi ci invita a considerare da vicino questo passaggio verso l’eternità.


II – Il Vangelo


22 Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.


Gesù vuole salvare tutti. Durante il viaggio verso la sua ultima visita a Gerusalemme, non tralascia di entrare nelle città e nei villaggi per insegnare a ciascuno. Esempio per noi: nel nostro apostolato, non dobbiamo mai far preferenze di persone o di luoghi, la Buona Novella è destinata ad un ambito universale.


23 Un tale Gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”


È evidente che si trattava di una domanda fatta da un giudeo, pur essendo diffusa a quei tempi tra il popolo l’idea che tutti i figli di Abramo si salvavano, senza eccezione, per il semplice fatto di essere tali. Per comprendere meglio il motivo della curiosità a questo proposito, si deve osservare che, di tanto in tanto, apparivano affermazioni in scritti apocrifi, che gonfiavano il numero di coloro che si perdono in rapporto ai pochi che si salvano. Da qui il desiderio di questo ebreo che seguiva il Maestro nel cammino, di ottenere una risposta esatta, come commenta un famoso esegeta: “È frequente questa preoccupazione nei rabbini. Si pensava alla salvezza eterna, soprattutto a quella degli israeliti, perché gli altri avevano meritato la loro perdizione e quasi se ne rallegravano”.1


In effetti, questa è una questione molto discussa in epoca cristiana, sotto le più svariate angolazioni. Per esempio, agli inizi del VI secolo, si è diffusa in certi ambienti dell’Europa un’eresia sulla salvezza finale degli Angeli e degli uomini nella loro totalità, che poneva così fine alle pene eterne dell’inferno. Questa dottrina fu condannata da Papa Vigilio, nell’anno 543: “Se qualcuno dice o sente che il castigo dei demoni o degli uomini empi è temporale e che a un certo punto finirà, o che avverrà la reintegrazione dei demoni o degli uomini empi, sia maledetto”.2


Uno degli studi più consacrati è probabilmente quello teologico, quando le ipotesi sollevate non trovano una chiarissima formulazione nella dottrina rivelata. Questo è proprio il caso in questione, e ben definito dal famoso padre Antonio Royo Marín, OP:


“Ecco uno dei problemi più angoscianti e difficili che si possono offrire al teologo. La domanda è una di quelle che, con maggior frequenza e appassionato interesse, formula la maggioranza delle persone. Senza dubbio, non ce n’è un’altra in tutta la Teologia cattolica a cui si possa rispondere con meno sicurezza e certezza. La divina Rivelazione è molto oscura; la Tradizione cristiana è molto divisa, e la Chiesa non ha definito nulla a questo proposito. Non possiamo muoverci, di conseguenza, se non sul terreno delle mere congetture e probabilità.


“Di qui la grande diversità di opinioni, soprattutto tra i predicatori e i teologi. Dall’estremo rigorismo di un Massillon – il cui terribile sermone sul ‘piccolo numero di coloro che si salvano’, ha tormentato tanti spiriti – fino all’ottimismo esagerato e imprudente di tanti altri che salvano quasi tutto il mondo, c’è una grande varietà di opinioni intermedie”.3


E con la sua concisione sempre chiara e lucida, San Tommaso così si esprime in materia:


“Quanto poi al numero di tutti i predestinati, alcuni hanno detto che si salveranno tanti uomini quanti angeli decaddero; altri, invece, dicono che se ne salveranno tanti quanti sono gli Angeli che perseverarono. Altri, infine, che si salveranno tanti quanti furono gli angeli decaduti, e in più tanti altri quanti furono gli Angeli creati. Ma è meglio dire che solo a Dio è noto il numero degli eletti da annoverarsi nella felicità suprema”.4


Rispose: 24 “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”.


 È imperativo il consiglio di Gesù: sforzatevi, indicandoci quanto non si debba smettere di “cercare” di entrare all’ultima ora, ma purtroppo è spaventoso il numero di persone che, nel corso della vita, non si preoccupano di sapere quello che gli succederà dopo la morte. Molti sono disposti a scambiare il Cielo per il fugace piacere di un attimo e agiscono come ha fatto Giuda Iscariota di fronte alle ingannevoli delizie di questo mondo: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni” (Mt 26, 15). Non sono pochi quelli che preferiscono Barabba a Gesù, dedicandosi alle passioni e ai peccati a scapito del convivio infinito con Dio. San Basilio descrive il modo in cui essi fanno quest’insensata opzione:



Il Giudizio Finale

“In effetti, l’anima vacilla sempre: quando riflette sull’eternità si decide per la virtù, ma quando guarda il presente, preferisce i piaceri della vita. Qui vede la mollezza e i diletti della carne; là, la soggezione, la servitù e la schiavitù della stessa. Qui l’ubriachezza, là la sobrietà. Qui la risata dissoluta, là l’abbondanza di lacrime. Qui le danze, là la preghiera. Qui il canto, là il pianto. Qui la lussuria, là la castità”.5


Ma, qual è questa porta stretta? Gesù ce la indica: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7, 21).


Essa consiste, pertanto, nell’obbligo nostro di abbattere l’orgoglio, controllare il nostro sguardo, pensieri e desideri, preservare il nostro cuore dagli affetti disordinati, vivere della fede e della speranza nella pratica della vera carità, ecc.


25 “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: ‘Signore, aprici’. Ma egli vi risponderà: ‘Non vi conosco, non so di dove siete’”.


Gli evangelisti sono soliti riferire gli accostamenti che il Divino Maestro faceva tra il Regno dei Cieli e un banchetto… Secondo la prassi dell’epoca, come misura di sicurezza, oltre che per altre ragioni, giunto l’ultimo invitato, l’anfitrione bloccava le porte. E così, per rendere ancora più chiara l’allegoria della porta stretta per entrare in Cielo, Gesù presenta la parabola del padrone di casa che si chiude in casa con i suoi figli e amici. Quelli che sono rimasti fuori chiederanno che li lasci entrare, e riceveranno la risposta: “Non so di dove siete”. La ragione di questa risposta non veniva dal fatto che non c’era più posto, ma perché non avevano voluto entrare per la porta stretta.


Che sorpresa per quelli che ritenevano di essere salvi per la pratica di un qualche obbligo religioso…


La scena descritta in questo passo traduce in termini domestici una profonda realtà eterna. La famiglia qui rappresentata è quella divina. Ad essa appartengono tutti i battezzati che vivono nella grazia di Dio e, morendo in questa, godranno della felicità perpetua che prende parte alla comunione con la Santissima Trinità. Al di fuori di quell’intimità rimarranno tutti coloro che moriranno non pentiti dei loro peccati. Il Padre li tratterà come estranei sconosciuti.


26 “Allora comincerete a dire: ‘Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze’”.


È proprio vero. Quante volte noi ci approssimiamo alla mensa dell’Eucarestia e ci beneficiamo degli altri Sacramenti, ascoltiamo buone prediche sul Vangelo, oltre ai consigli in particolare, in seno alla Chiesa fondata dal Redentore, ma che profitto traiamo da tutti questi privilegi? Essi ci sono dati per meglio adempiere i Comandamenti. Insensati sono coloro che si dedicano a una vita di peccato fino all’ora della morte, rischiando di sentire dalle labbra di Gesù la sentenza irrevocabile di eterna condanna. Solo allora intenderanno le parole del Divino Maestro: “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Mt 16, 26).


27 “Ma egli dichiarerà: ‘Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità’”.


Questa risposta contiene due affermazioni: “Non so di dove siete…”. Non dobbiamo immaginare che saranno oggetto del rifiuto di Gesù solamente i non battezzati. Anche a noi, battezzati, esso potrà esser applicato se non compiremo i nostri doveri. In questo caso, Gesù si rivolgerà a noi in maniera ancora più esplicita: “Io vi ho strappato dalle tenebre del peccato e vi ho redento al prezzo del mio stesso sangue, elevandovi alla dignità di figli della Chiesa, ma voi avete voluto seguire le vie dell’orgoglio e, seguendo il consiglio di satana, obbedire alla legge del mondo e consegnarvi alle passioni. Non avete ascoltato la voce della grazia e quella dei miei Ministri”…


“… allontanatevi da me voi tutti che praticate l’iniquità”. Esser respinti da Dio è il più terribile dei tormenti eterni, come ci insegna la Teologia. Noi siamo creati in vista della felicità eterna, ossia, per conoscere Dio faccia a faccia e amarLo come Egli stesso ci ama – sempre mantenute le debite proporzioni. La nostra anima ha sete di questa comunione con Dio e solo in Lui riposeremo. Ora, il vederci espulsi da Colui che è l’unica Causa della nostra gioia, significherebbe per noi un tormento senza paragoni. Che terribile parola: “Allontanatevi da me…”.


28 “Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio e voi cacciati fuori”.


Grazie alla nostra sensibilità fisica rafforzata dall'istinto di conservazione, siamo portati a ritenere il fuoco dell’inferno il peggiore dei tormenti. In realtà, esso possiede un’intensità fortissima, al punto da rendere irrilevante qualsiasi forno ad alta combustione della Terra e, pertanto, la sua capacità di infliggere sofferenze è incalcolabile. Però, il maggior dolore è indicato nelle ultime parole del versetto 28: “… sarete cacciati fuori”.


Che l’inferno esista, le Scritture (cfr. Gdt 16, 17; Qo 7, 18-19; Is 33, 14; Dn 12, 2; Mt 13, 49-50; Mt 25, 41-46; etc.) e l’Infallibile Magistero della Chiesa6 lo proclamano come verità rivelata.


La teologia cerca ragioni chiare per aiutarci ad accettare facilmente questo essenziale dogma della Fede, come spiega Pablo Buyse, nella sua opera Dios, el alma y la religión: “Prendiamo in considerazione, per esempio, il seguente caso, purtroppo molto frequente nella vita passionale. Un uomo vuole sedurre una giovane innocente. Alla sua resistenza, proferisce una minaccia. Invano. La lama di un pugnale minaccia il petto della giovane. Non cede malgrado tutto. Il grido di rabbia del malvagio si confonde con le grida di dolore della vittima, che cade agonizzante. Il seduttore, disperato, affonda nel proprio petto il pugnale ancora bagnato dal sangue della sua vittima. Vedi lì, uno accanto all’altro, due cadaveri: quello del carnefice e quello di una martire. Può Dio confonderli in uno stesso destino? No, mille volte no. È necessario che questo criminale sia castigato nell’altra vita e si premi per sempre questa virtù”.7


La pena dei sensi


Il demonio porta i condannati all'inferno

Commettendo un peccato grave, l’anima manifesta un’avversione a Dio e un attaccamento alla creatura. Alla prima tocca la pena del danno e alla seconda, quella dei sensi.


Consideriamo inizialmente la minore delle sofferenze: la pena dei sensi.


È difficile comprendere la natura di un fuoco che non necessita di combustibile. Fuoco “intelligente”, che raggiunge non solo la materia – senza consumarla – ma anche gli stessi spiriti, angeli e anime. Inoltre, si tratta di un fuoco la cui azione imprigiona, coarta e mantiene le anime, controvoglia, in un luogo specifico. Secondo il commento di padre Antonio Royo Marín,8 gli orrori che uno potrebbe affrontare in una prigione scura, senza potersi muovere, sarebbero nulla se paragonati al trovarsi prigioniero perpetuo di una creatura inferiore, il fuoco, che lo tiranneggia in un’asfissiante e interminabile immobilità.


Sarà fisico il pianto dei condannati? San Tommaso commenta che l’affermazione contenuta in questo versetto, riguardo al pianto, è analogica. Afferma che, dopo la resurrezione dei corpi, i condannati non potranno esternare i loro dolori attraverso le lacrime, perché i resuscitati non produrranno alcun tipo di umore.9


Pena del danno


Il fatto che all’uomo manchi l’agilità di un felino – del gatto per esempio – o la forza di un leone, non significa una privazione ma una semplice carenza, perché non è proprio della nostra natura possedere queste qualità. Tuttavia, l’essere paraplegico o cieco, ci fa soffrire una vera privazione. Ora, siamo stati creati per Dio, per questo abbiamo sete della felicità infinita di vederLo e amarLo tale quale Egli è. E la privazione eterna di questo piacere, nella condizione di “cacciati fuori”, costituisce il maggiore di tutti i tormenti.


Si aggiunga a questo l’esclusione dalla presenza di tutti gli Angeli e Santi, specialmente di Gesù e di Maria, oltre alla perdita dei beni soprannaturali (grazie, virtù e doni) e della glorificazione del proprio corpo. Il vedere i nostri conoscenti di un tempo nella pienezza della felicità, mentre noi ardiamo di indignazione nel “pianto e stridor di denti”, aumenterà ancor più un castigo, di per sé, inimmaginabile.


Inoltre, se tutte queste angosce fossero passeggere… No! Saranno eterne, ossia, non avranno fine.


29 “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio”.


Sarà inoltre terribile per un dannato vedere coloro che sono vissuti in successive e posteriori epoche storiche entrare nel Regno dei Cieli, mentre egli è espulso da Dio per vivere, eternamente immobile, nelle fiamme dell’inferno.


III – Maria, Porta del Cielo


30 “Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”.



Statua della Madonna Sete della Sapienza

Sorprendente sarà questa inversione di valori, e per questo, non dobbiamo mai sentirci sicuri a causa delle nostre qualità, o delle grazie ricevute, meno ancora a causa della ricchezza che possa esserci nelle nostre mani. È necessario servire Dio con fervore ed entusiasmo, entrando “per la porta stretta” che ben potrà essere Maria Santissima. Non è senza ragione che a Lei è stato dato il titolo di Porta del Cielo. Stretta perché esige da noi una fiducia robusta nella sua protezione materna. InvochiamoLa in tutte le tentazioni e difficoltà, al fine di confermare l’irrefutabile realtà di quel “mai si è sentito dire che qualcuno fra quelli che sono ricorsi alla sua protezione materna, implorato la sua assistenza, reclamato il suo soccorso sia stato da Lei abbandonato”. E, giunti al Cielo, rendiamo eterne grazie ai meriti infiniti di Gesù e alle potenti suppliche di Maria.

1) LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. L’Évangile de Jésus-Christ
 avec la synopse évangélique. Paris: Lecoffre – J. Gabalda,
 1954, p.395.

2) Dz 411.

3) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la salvación. 
Madrid: BAC, 1997, p.117.

4) SAN TOMMASO DAQUINO. Somma Teologica. I, q.23, a.7.

5) SAN BASILIO, apud SAN TOMMASO DAQUINO. Catena Aurea. 
In Lucam, c.XIII, v.22-30.

6) Cfr. CCE 1035.

7) BUYSSE, Pablo, apud ROYO MARÍN, op. cit., p.304.

8) ROYO MARÍN, op. cit., p.304.

9) Cfr. SAN TOMMASO DAQUINO. Somma Teologica. Suppl., 
q.97, a.3.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

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