XVI Domenica del tempo ordinario – Anno B.



Ultima Cena

Vangelo


In quel tempo, 30 gli Apostoli si riunirono attorno a Gesù e Gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31 Ed Egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32 Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34 Sceso dalla barca, Egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e Si mise a insegnare loro molte cose (Mc 6, 30-34).


La più grande felicità


Nel rapporto nobile ed elevato con gli altri, o nella relazione calma, silenziosa e serena con Dio, si trova la più grande felicità su questa Terra.


I – Solitudine e convivenza sociale


La più grande felicità su questa Terra si trova nella convivenza sociale, quando essa è rispettosa, nobile ed elevata. In Cielo, essa raggiungerà la perfezione nel pieno godimento della visione beatifica. Per questo, a prima vista non è facile intendere gli elogi fatti dai Santi alla solitudine. Invece, l’isolamento può venire a esser benedetto, poiché costituisce un mezzo ideale per un’eccellente relazione con Dio. Può accadere che nella sana rinuncia all’istinto di socievolezza, per motivi soprannaturali, ci sia data – per una speciale grazia e chiamata di Dio – un’ineffabile relazione con Lui. Questi due tipi di convivenza con Dio costituiscono proprio l’essenza dei primi versetti del Vangelo della 16ª Domenica del Tempo Ordinario.


Reazioni animali nell’uomo: le passioni


Essendo fatti di corpo e anima, abbiamo qualcosa in comune sia con gli animali, sia con gli Angeli. Nella nostra immaginazione e appetito sensitivo – soprattutto nella radice delle nostre passioni o emozioni – siamo simili agli animali. Basta stare davanti a un oggetto che ci attira o a un altro che ci causi ripulsa, perché le nostre emozioni e passioni ci portino a reagire in forma irrazionale.


Aquila

Un’aquila, per esempio, scenderà in picchiata dall’alto con un volo preciso su un coniglio che corre sull’erba. In quest’atto si trova una sorta di amore da parte sua per il cibo, nato dall’istinto di conservazione, e da cui possono nascere, a loro volta, la gioia, l’audacia, come pure l’odio verso gli ostacoli e le opposizioni, la paura, ecc. In queste tendenze e reazioni possiamo notare una similitudine col meccanismo delle nostre passioni.


Non sempre le passioni sono dominatrici. Tuttavia, non è raro che succeda che lo siano. Di per sé, sono neutre. Ciò nonostante, se indirizzate, governate e disciplinate dalla volontà e dalla ragione, e queste dalla fede, esse si trasformano in potenti mezzi per operare meraviglie. All’estremo opposto – nel loro disordine – abbiamo i vizi, molto frequenti dopo il peccato originale e, soprattutto, ai nostri giorni: invidia, gelosia, menzogna, sensualità, gola, ecc.


L’amore sregolato per le creature e la vera felicità


In noi, uomini, questo sentire si evidenzia non solo con più profondità, ma con un’intensità incomparabilmente maggiore: l’intelligenza, associata all’immaginazione, concepisce un Bene universale, e la volontà lo desidera smisuratamente. Sant’Agostino descrive questo dilemma della natura umana:


“Buono è chi mi ha creato ed Egli stesso è il mio bene; in Lui esulto per tutti questi beni che formavano il substrato della mia infanzia. Questa era appunto la mia colpa: cercavo in me stesso e nelle altre creature, e non in Lui, il piacere, la grandezza e la verità, per cui subito cadevo nel dolore, nella vergogna e nell’errore”.1


Infatti, solo in Dio l’uomo trova la pienezza della sua felicità. Se erigerà una creatura per sostituirLo, si getterà alla sua ricerca con sete insaziabile. È alquanto terribile questo dramma dell’insoddisfazione e, nel contempo, tanto comune. Gli animali si saziano fuori di Dio, nel loro appetito naturale. L’uomo, però, sta sempre concependo nuovi e raffinati piaceri, cercandoli con desiderio infinito. Ascoltiamo, a questo riguardo, San Tommaso d’Aquino:


“È impossibile che la beatitudine dell’uomo sia in un bene creato. La beatitudine è un bene perfetto, che totalmente acquieta il desiderio, poiché non sarebbe l’ultimo fine, se rimanesse qualcosa da desiderare. L’oggetto della volontà, che è l’appetito umano, è il Bene universale, come l’oggetto dell’intelletto è la Verità universale. Da questo è evidente che nessuna cosa può acquietare la volontà dell’uomo se non il Bene universale. Questo non si trova in nessun bene creato, ma solo in Dio, perché ogni creatura ha una bontà partecipata. Per questo, soltanto Dio può soddisfare pienamente la volontà umana, come dice il Salmo 102, 5: ‘Egli sazia di beni i tuoi giorni’. Di conseguenza, solo in Dio consiste la beatitudine dell’uomo”.2


Questa spiegazione rende chiaro ai nostri occhi quanto sia irraggiungibile la felicità piena, per noi, creature razionali, se erigiamo un fine ultimo che non sia Dio stesso. Infatti un bene limitato sarà riconosciuto con facilità come tale dalla nostra intelligenza che, in seguito, ne concepirà un altro superiore e la nostra volontà sarà spinta a desiderarlo. E così, successivamente, all’infinito.


La ricerca di Dio nella convivenza o nella solitudine


È il Bene infinito ed eterno che rende gaudiosa la nostra convivenza o la nostra solitudine, poiché anche nell’isolamento, se soprannaturalizzato, cerchiamo la relazione con Dio a causa della nostra natura socievole, come insegna San Tommaso: “L’uomo è naturalmente un essere socievole e, per questo motivo, ha il desiderio di vivere in società e non di essere solitario, anche se non avesse bisogno degli altri per vivere”.3 E afferma il Qoelet: “Meglio essere in due che uno solo” (4, 9).



Monastero di Mont-Saint-Michel (Francia)

Sulla base di quanto precedentemente esposto, comprendiamo meglio quanto dobbiamo cercare questo Bene infinito nelle nostre amicizie, poiché gli esseri umani devono essere elementi per meglio conoscere e amare Dio. Se a tale obiettivo concorrono anche le creature inanimate, tanto più i Beati. È, del resto, quello che è accaduto nel noto episodio dell’incontro, a Roma, di tre Santi: San Francesco d’Assisi, Sant’Angelo da Gerusalemme e San Domenico di Guzman. Dopo essere stati insieme nella Basilica di San Giovanni in Laterano, si diressero al Convento di Santa Sabina, presso il Monte Aventino, lodando Dio in sante emulazioni. Giunti sul posto, stando di fronte l’uno all’altro, nella cella di San Domenico, i tre si misero in ginocchio e passarono la notte esaltando le reciproche virtù, in pratiche di devozione e in preghiera. Questa cella fu trasformata in cappella ed esiste lì un’iscrizione commemorativa dello storico evento.4


Purtroppo, al giorno d’oggi, la convivenza tra gli uomini si realizza sempre più sulla base del puro egoismo, fatto questo che rende difficile apprezzare la scena del reincontro degli Apostoli con il Divino Maestro. Marco, che tanto aveva imparato stando vicino a Pietro, cerca di sintetizzare tale felice situazione con queste semplici parole: “Gli Apostoli si riunirono attorno a Gesù”.


II – La convivenza


Come si legge nel versetto 7 di questo stesso capitolo, gli Apostoli erano stati mandati in missione, due a due, in differenti luoghi. Non c’è un’informazione storica su quanto sia durata questa separazione tra loro, né riguardo ai luoghi percorsi. Si possono ben immaginare le energie fisiche ed emozionali che essi hanno impiegato in questa prima avventura apostolica. Passare dall’attività di pescatori a quella di esorcisti, taumaturghi e predicatori, senza un lungo corso preparatorio in qualche accademia, deve aver causato non poco logoramento a ciascuno, senza contare la nostalgia indicibile e crescente che li assaliva. Che avessero fissato una data per il reincontro? Non si sa nulla nemmeno su questo particolare. Esso può essersi verificato anche per caso, ma certo è che tutti coincisero al momento di tornare a Gesù.


Nuovo incontro con il Maestro


In quel tempo, 30 gli Apostoli si riunirono attorno a Gesù e Gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato.


Si trattava della prima grande separazione. Dopo tanto tempo e innumerevoli avventure, ritornare presso il Maestro deve esser stato un avvenimento marcante nella vita di ognuno di loro. Sebbene Cristo Gesù vivesse sotto i veli di una natura umana sofferente e mortale, qualsiasi atto di ammirazione e di benevolenza in relazione a Lui era, in fondo, un’adorazione diretta a Dio. Lì stava lo stesso Gesù che più tardi sarebbe stato quello della Resurrezione e dell’Ascensione, che agiva nell’intimo dei suoi eletti con tutta la penetrazione della sua divinità. Che convivenza, a questo mondo, potrebbe esserci più eccellente di questa? Il Maestro era Dio stesso, che agiva con la grazia nelle loro anime e, allo stesso tempo, facendo uso della sua voce e parole per istruirli. Tutti i termini da Lui utilizzati erano i più perfetti e insostituibili, in un linguaggio elevato, nobile e biblico, sempre accompagnato da un affetto indescrivibile e insuperabile. In nessuna occasione il Messia smetteva di attirarli e di condurli al desiderio delle cose Celesti.


Il clima di cordialità, amore fraterno e gioia, creato da Gesù, doveva essere paradisiaco. Tutti avevano voglia di raccontare “quello che avevano fatto e avevano insegnato”. E non risulta, per nulla, la presenza del maledetto vizio della vanità, tra loro. All’inizio, impararono la lezione: “senza di Me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Doveva esserci una grande manifestazione di umiltà da parte loro, riconoscendo in Cristo la fonte di tutti i trionfi ottenuti in quel principio di evangelizzazione.


Con tutta certezza, nella prima missione apostolica un fattore avrà contribuito a unirli ancor più tra loro, facendoli dipendere ancor più da Nostro Signore: le discussioni con gli scribi e farisei. Costoro non potevano essere assenti, poiché, pieni di obiezioni, ostinati e petulanti come sempre, di certo cercarono di rendere impossibile l’operato degli Apostoli. Evidentemente, i demoni che erano esorcizzati dai posseduti sommavano le loro forze a quelle dei farisei per combattere i discepoli di Gesù. Questo scontro di opinioni, metodi e dottrine contribuiva a separare gli Apostoli, poco a poco, dalla mentalità, dallo spirito e dalle concezioni in cui avevano assorbito il loro insegnamento religioso fin dall’infanzia. Era loro necessario percorrere una via purgativa per espungere dal fondo dell’anima tutti gli errori ideologici e deviazioni teologico-morali inculcati dai loro antichi maestri. Ora, l’unione cresce tra chi deve affrontare, in comune, un ostacolo. Sentire lo scontento nella relazione con quelli della loro antica scuola, rafforzava in loro il desiderio di ritrovare i veri fratelli e, soprattutto, il Maestro. Quanto più i discepoli s’infervoravano nel loro amore verso Gesù, più si distanziavano dai loro compagni di un tempo, e viceversa.


Convivenza fraterna tra gli Apostoli


Beati

Si veniva a costituire, in questo modo, un’ideale e fraterna comunità tra gli Apostoli, nella quale tutto si trasformava in perdono, amore e benevolenza. Questa era la vera amicizia. In un simile ambiente, si gode una felicità insuperabile qui sulla Terra, preambolo di quella eterna, nel Cielo, poiché in entrambe si considera Dio come centro dell’esistenza.


È chiaro che la visione diretta di Dio, faccia a faccia, sarà la nostra felicità essenziale. Tuttavia, non dobbiamo disprezzare la convivenza con i Beati.5


Poco si parla della beatitudine accidentale nel Cielo, ma, se Dio l’ha creata, è perché ad essa spetta un ruolo importante. Oltre alla visione beatifica, in Cielo si ha il godimento dei beni creati e legittimi che corrisponde alle nostre temperate aspirazioni. È per questo che, nell’eternità, esiste l’aureola dei martiri, dei dottori e delle vergini. Sarà tra questi piaceri il reincontro delle vere amicizie e di ogni bene fatto in questo mondo. E, infine, la riassunzione dei nostri corpi, in stato glorioso.


Il reincontro degli Apostoli con il Divino Maestro è descritto dal famoso Maldonado:


“Gli raccontarono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Il verbo fare è usato dall’Evangelista, in modo assoluto, nel senso di fare miracoli, come pure in San Luca (cfr. Lc 9, 7; At 1, 1).


“Cristo aveva loro ordinato che insegnassero e confermassero la loro dottrina con i miracoli (cfr. Mc 6, 7; Mt 10, 1.7-8; Lc 9, 2). Dell’una e dell’altra cosa Gli rendono conto al ritorno, sebbene non ne conosciamo la ragione. La maggior parte degli autori suppone che procedettero così perché pareva giusto e ragionevole che rispondessero della missione cui li aveva inviati. Esempio che deve esser seguito dai predicatori, attribuendo a Cristo quanto di buono hanno ottenuto nei loro sermoni, come fanno notare San Girolamo, Strabone e Teofilatto. Il che è molto vero, essendo lodevole che lo facessero, come riteniamo che, di fatto, abbiano fatto. Ma suppongo che dovesse esserci un altro motivo, com’è ragionevole pensare. È che essi tornavano da questa missione pieni di gioia e molto animati nel vedere che tutto era accaduto come desideravano, di modo che, dando gloria al Signore, raccontarono a Cristo quanto avevano insegnato e i miracoli che avevano fatto, proprio come San Luca afferma che [in un’altra occasione] procedettero i settantadue discepoli (cfr. Lc 10, 17).


“San Beda suppone che non solo raccontarono quello che realizzarono e insegnarono, ma anche quello che Giovanni aveva sofferto, come se Cristo non lo sapesse”.6


Nostro Signore con gli Apostoli

III – La solitudine


31 Ed Egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.


Ecco l’altra faccia della “moneta” della convivenza con Dio: il silenzio, l’isolamento, il riposo.


Gesù stesso, nella sua umanità santissima, sentiva la necessità di questo per poter godere della massima intimità con il Padre, nonostante fosse ipostaticamente unito a Lui. Come se non fossero bastati i trent’anni della sua esistenza a Nazareth, Si era ritirato in un completo isolamento di quaranta giorni, nel deserto, in silenzio, nella prospettiva della sua vita pubblica. E anche durante il tempo del suo operato in mezzo al popolo, era solito rifugiarSi nel silenzio dei monti. Infine, prima della Passione, abbracciò il doloroso abbandono di tre ore nell’Orto degli Ulivi.


È in questo senso che ci ammonisce San Giovanni della Croce: “Una Parola ha pronunciato il Padre, che era suo Figlio, e questa parla sempre in eterno silenzio, e in silenzio deve essere ascoltata dall’anima”.7


Dio Si fa sentire nel silenzio, nella serenità e nella calma


Quanto misterioso e fondamentale è il silenzio! Dio ci fa visita più nel raccoglimento che nelle attività esteriori. In genere, la nostra vita soprannaturale fa passi più fermi e decisi nel silenzio che nell’azione. I Sacramenti producono anche loro la grazia nelle nostre anime sotto il manto del silenzio. Questo ci insegna a parlare, come affermava Seneca: “Chi non sa tacere, non sa parlare”.8


Allo stesso modo, sono importanti la serenità e la calma nelle relazioni umane o nella contemplazione. A tale riguardo, osserva con acume il Predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa: “Gesù, nel Vangelo, non dà mai l’impressione di esser assillato dalla fretta. A volte perfino perde tempo: tutti Lo cercano e Lui non si fa trovare, tanto è assorto nella preghiera. Nel passo evangelico di oggi invita i suoi discepoli a perdere tempo con Lui: ‘Venite soli in un luogo deserto, e riposate un po’. Raccomanda frequentemente di non agitarsi. Quanti benefici riceve la nostra salute fisica dalla lentezza!


“Se la lentezza ha connotazioni evangeliche, è importante dare valore alle occasioni di riposo o di attesa che sono distribuite lungo la successione dei giorni. La domenica e le feste, se sono ben utilizzate, danno la possibilità di tagliare il ritmo di vita troppo frenetico e di stabilire una relazione più armoniosa con le cose, le persone e, soprattutto, con se stessi e con Dio”.9


Gli Apostoli dovevano essere esausti dopo tante attività e, per questa ragione, commenta padre Manuel de Tuya, terminate le narrazioni dei viaggi, “Cristo vuole offrire loro alcuni giorni di riposo, portandoli in un ‘luogo deserto’ che era ‘vicino a Betsaida’. La causa era che nemmeno dopo il loro lavoro missionario, particolarmente intenso, li lasciavano da soli: le persone affluivano a Cristo. Marco descrive quest’assedio delle turbe col suo linguaggio realista: ‘era infatti molta la folla che andava e veniva e non aveva più neanche il tempo di mangia re’. Probabilmente queste moltitudini che vengono, in quest’occasione, possono essere un indizio del frutto di questa ‘missione’ apostolica”.10


Fuggire dall’agitazione per incontrare Dio


32 Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.


Basandosi su un pensiero di San Giovanni Crisostomo,11 Cornelio a Lapide12 racconta che Davide, nella sua infanzia, fuggiva dall’agitazione della città e cercava la solitudine dei deserti. Lì vinceva gli orsi e i leoni. E ricorda anche che le Scritture ci raccontano che Giuditta “si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti della sua vedovanza” (Gdt 8, 5). Gli uomini contemplativi, sempre quando è possibile, abbandonano la confusione del mondo e abbracciano l’isolamento per vivere di Dio, con Lui e per Lui. Anche per Gesù e gli Apostoli era impossibile il riposo a Cafarnao, dove erano molto conosciuti.


“All’agitazione ordinaria derivante dalla predicazione e dalle guarigioni” – scrive il Cardinale Gomá y Tomás – “si aggiungeva la prossimità della Pasqua, che trasformava la città marittima in centro di confluenza delle carovane che salivano a Gerusalemme: ‘Perché erano molti quelli che andavano e venivano, e non avevano tempo per mangiare’. Per questo si diressero alla spiaggia ‘e, entrando in una barca, se ne andarono in un luogo deserto e distante dal territorio di Betsaida’. C’erano due città con questo nome: una nella parte occidentale del lago, patria di Pietro e Andrea, e l’altra nella parte orientale, in direzione nord, presso la foce del Giordano. Aveva ricevuto il nome di Betsaida Giulia perché il tetrarca Filippo, che l’aveva abbellita e dato il nome alla città, volle che si chiamasse Giulia in omaggio alla figlia di Cesare Augusto. La barchetta che conduceva Gesù e gli Apostoli approdò ‘all’altra sponda del Mar della Galilea, ossia, di Tiberiade’, presso la pianura solitaria che si apre a sud di Betsaida. Giovanni scrive per i fedeli dell’Asia, che ignoravano la topografia della Palestina, indicando loro la localizzazione del mare dalla città che gli dà il nome”.13


Da un’altra prospettiva, la carità può esser definita come la stessa vita di Dio in noi. Ora, Dio è allo stesso tempo contemplazione e azione. Inoltre, la virtù è eminentemente diffusiva. Per tale motivo San Giacomo afferma che la fede è morta quando non fruttifica in opere (cfr. Gc 2, 17). Ne consegue che la vita mista è, secondo San Tommaso d’Aquino,14 la più perfetta, perché coniuga azione e contemplazione.


In questo modo, nel Vangelo di oggi, Gesù ci insegna quanto dobbiamo esser perfetti nella convivenza con Dio, sia nell’isolamento, sia nel rapporto con gli altri.


IV – Gesù ci governa con dolcezza


33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.



Nostro Signore, Re dell’Universo

Non sappiamo se, a causa del vento, la barca abbia fatto dei giri in senso contrario, o se avessero deciso di ritardare di attraccare, perché la conversazione si era fatta molto piacevole. Il fatto è che un folto pubblico li precedette percorrendo quel tragitto di 12 chilometri.15 Uomini, donne, bambini – molti dei quali infermi – attraversarono il Giordano in una vera testimonianza di fede e di devozione a Gesù. “Così anche noi non dobbiamo aspettare che Cristo ci chiami, ma dobbiamo prenderci in anticipo e andare da Lui”,16 come sostiene Teofilatto.


Questo passo è, per noi, un eccellente incentivo e invito a cercare una relazione più intensa e prolungata con il nostro Salvatore. Da quanto tempo Lui ci sta aspettando sotto le Sacre Specie, nei tabernacoli di tutte le chiese?


Pecore senza pastore: compassione di Gesù


34 Sceso dalla barca, Egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e Si mise a insegnare loro molte cose.


La prima lettura (Ger 23, 1-6) di questa 16ª Domenica del Tempo Ordinario ci porta questa lamentazione di Geremia: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore! […] Radunerò Io stesso il resto delle mie pecore […], e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno” (23, 1.3). Sono i gemiti di Dio stesso alla vista delle sue anime fedeli in situazione di abbandono.


Anche Ezechiele, su ispirazione divina, condanna duramente e severamente i cattivi pastori di Israele e annuncia che Dio invierà alle loro pecore un Buon Pastore, e costui “sarà principe in mezzo a loro” (34, 24). Infatti, Egli è qui contemplato nel versetto che stiamo commentando. Dio ha dimostrato vero amore divino creando la funzione di pastore tra gli uomini, poiché desiderava servirSene per meglio simbolizzare il suo insuperabile zelo per tutti noi. Non senza ragione inviò i suoi Angeli a invitare i pastori della regione di Betlemme perché fossero i primi ad adorarLo nel Presepio. E Lui Si presenta come il Pastore perfetto, poiché è Colui che dà la vita per le sue pecore (cfr. Gv 10, 11), come meravigliosamente commenta San Gregorio Magno.17


Sceso dalla barca, Gesù compatisce quelle pecore senza pastore e comincia a insegnare loro. Non le istruiva, però, soltanto con parole. Molto di più! Soprattutto se teniamo conto della sua cura per l’alimentazione di tutta quella moltitudine, come trasparirà nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrato nei versetti seguenti. Gesù comunicava la sua grazia, la sua vita, il suo amore. Quanto ineffabile doveva essere la sua dedizione a insegnare alle sue pecore, poiché, più che dare la vita per loro, desiderava essere la loro stessa vita! Egli vive in ognuna delle pecore che si lasciano penetrare dalla sua grazia, ed è sempre pronto ad aiutarle e a offrire loro i Sacramenti.


Il governo pastorale


San Pietro

In questo stesso versetto, Gesù diventa un eccellente esempio per ogni tipo di governo, sia familiare, che civile o ecclesiastico. Di quest’ultimo in maniera speciale, con la forma tutta paterna – quasi si potrebbe dire “materna” – con cui deve esser esercitato: con enorme dolcezza e soavità, grande impegno e dedizione. Per questo, il governo ecclesiastico è chiamato “pastorale”, i suoi documenti sono denominati “pastorali”, ecc.


Bellissime sono le parole di San Pietro a questo riguardo: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (I Pt 5, 2-4).