XII Domenica del tempo ordinario – Anno B.



Cristo nella barca durante la tempesta

Vangelo


35 In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. 36 E, congedata la folla, Lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con Lui. 37 Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38 Egli Se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora Lo svegliarono e Gli dissero: “Maestro, non T’importa che siamo perduti?” 39 Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!” Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40 Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” 41 E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare Gli obbediscono?” (Mc 4, 35-41).


La burrasca: un castigo o una grazia?


È proprio paradigmatica – non solo per ogni anima, ma anche per la Chiesa – questa tempesta per la quale sono passati gli Apostoli: dopo ogni burrasca, la Chiesa si erge sempre più forte, più giovane e con la sua bellezza incomparabilmente accresciuta.


I – Un po’ di Storia


Tra i grandi sermoni sul Regno – quello della Montagna e quello delle parabole – c’è stato il viaggio narrato nel Vangelo di oggi, che ha come punto di partenza la famosa città di Cafarnao, alla quale Gesù e i suoi discepoli avrebbero fatto ancora ritorno.


Sempre attorniato da molta gente, Egli riusciva ad essere più facilmente visto e udito da tutti quando utilizzava la naturale inclinazione della spiaggia e i momenti di bonaccia delle acque, predicando dall’interno di una barca sul Lago di Tiberiade. Questo “Mare” di Genezaret, o di Galilea, come abitualmente è chiamato e che si localizza a nordest della Palestina, col tempo divenne la frontiera orientale della Galilea. Esso ha una dimensione considerevole, soprattutto in rapporto alle ridotte concentrazioni di popolazione di quei tempi, poiché misura 12 chilometri di larghezza, 21 di lunghezza, con una superficie di 170 chilometri quadrati e 12 a 18 metri di profondità in certi punti.1 Secondo lo storico Flavio Giusepe,2 in quest’epoca il lago era scenario di un’intensa attività. Vi erano 230 imbarcazioni solo a Magdala, segno della grande produttività dell’industria ittica in tutto il circondario.


È presso i margini di questo lago che si trova la famosa città di Magdala, nella quale Maria, sorella di Lazzaro, era decaduta moralmente. Lì visse per anni, in un castello sulla riva delle acque, antica proprietà della sua famiglia. Città, a quei tempi, di grande circolazione di mercanzie, di raffinato lusso e, di conseguenza, di costumi corrotti. È nelle prossimità di questo lago che, oltre a Cafarnao, troviamo le altre due città che più di tutte beneficiarono dei miracoli del Signore, senza però convertirsi: Corazin e Betsaida.


In queste regioni Gesù operò ininterrottamente, facendo portentosi miracoli come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, intraprendendo uno dei suoi più famosi viaggi.


II – L’avvenimento


La moltitudine si accalcava in continuazione per meglio seguire le meraviglie che uscivano dalle labbra del Salvatore. Infatti, Egli aveva detto: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Tutti erano presi da quell’adorabile voce. Volevano approfittare delle ultime luci del giorno per cibarsi di quegli alimenti eterni. D’altra parte, in preda alla stanchezza per quella giornata senza riposo, Gesù progettava di raggiungere uno dei suoi rifugi, così classificati da San Remigio: “Si legge che il Signore ebbe tre rifugi, cioè: la barca, il monte e il deserto. Sempre quando la moltitudine Lo assediava, Si rifugiava in uno di questi”.


Il Signore, prima dell’imbrunire, comunicò agli Apostoli il desiderio di raggiungere l’altra riva del mare, ossia, la città di Gerasa. Era giunto il momento delle ultime richieste e degli innumerevoli commiati finali, con quell’agitazione così tipica del temperamento orientale. Non dovevano mancare coloro che, non preoccupandosi se si bagnavano i vestiti, si approssimavano all’imbarcazione per beneficiare delle ultime grazie di quella convivenza benedetta.


Per meglio esercitare la fiducia nel Padre, alzate le ancore, fecero partire le barche senza alcuna provvista. Commenta il padre Andrés Fernandez Truyols:


“Il mare era in bonaccia; la barca scivolava, soave ed agile, sul liscio cristallo delle acque.


Veduta panoramica del Mare di Galilea, vicino a Tiberiade – Terra Santa

“Gli Apostoli conversavano tranquillamente e facevano i loro calcoli: di lì a due ore, prima del calar della notte, sarebbero arrivati alla sponda opposta, distante soltanto una dozzina di chilometri. Erano lontani dal pensare che, poco dopo, un’improvvisa tempesta avrebbe messo la loro fede e fiducia a dura prova, offrendo al Divino Maestro l’occasione di dare una splendida dimostrazione del suo sovrano potere.


“Questo ristretto Mare della Galilea, che abitualmente si presenta con un’amena tranquillità delle sue acque, serba sempre latente la minaccia di una qualche furiosa tempesta.


“Situato a più di 200 metri sotto il livello del Mediterraneo e stretto da quasi tutti i lati da una catena di monti, riceve sulla sua liscia superficie i venti che si precipitano dall’alto del Monte Hermon. Sotto questo sferzare di venti, le sue acque si rivoltano e saltano come un focoso destriero sferzato dalla frusta. Fu quello che successe quel giorno in cui gli Apostoli, nel lasciare la piccola insenatura, videro le acque molto tranquille, senza notare il minimo indizio di un approssimarsi della tormenta.


“Gesù approfittò di questa tranquillità per riposarsi dalle fatiche di quel giorno. Si distese a poppa, appoggiando la testa sul cuscino, come nota Marco (cfr. Mc 4, 38) probabilmente un piccolo sacco di cuoio pieno di lana, semplice e rustico, che, per comodità degli stessi marinai, o forse di qualche viaggiatore distinto, sicuramente le barche erano solite avere, visto che l’Evangelista parla di questo come di qualche cosa di ben determinato e conosciuto, aggiungendo l’articolo determinativo ‘il’ (ἐπὶ τò προσχεφάλαιον). Chissà con quale amore gli Angeli del Cielo contemplavano il loro Re e Signore sdraiato sul duro legno, mentre riprendeva le forze con il sonno, Lui, vigilante fin dall’eternità, vinto dalla fatica, Lui, che con il suo dito muove l’universo intero!


“All’improvviso, si disegnò sul volto degli Apostoli un moto di inquietudine; si interruppe la conversazione, si fissarono gli sguardi verso l’orizzonte: la loro lunga esperienza faceva loro presentire la tormenta. E questa non si fece attendere, precipitandosi fin da subito con un impeto indicibile.


“Mentre la tempesta fremeva, Gesù continuava a dormire.


“All’inizio, gli Apostoli rispettarono il sonno del Maestro. Ammainarono le vele, presero i remi, misero in pratica tutti i mezzi suggeriti dalla loro perizia nell’arte di navigare per affrontare le minacce del pericolo. Ma il mare si infuriava sempre di più, e l’imbarcazione correva il rischio di essere travolta dalle onde. Allora, come estremo rimedio, si avvicinarono al Maestro: ‘Signore, salvaci, poiché moriremo!’. O, secondo l’espressione più viva di San Marco: ‘Maestro, non Ti importa se moriamo?’.


“Tali parole rivelano bene a quale punto di turbamento erano gli Apostoli e come era diminuita la loro fiducia. Non c’era forse in quel momento anche Gesù con loro? Non era lì presente Colui che disse: ‘Sono stato Io che ho posto la sabbia per confine al mare […]; anche se le sue onde si agitano non prevalgono, rumoreggiano ma non l’oltrepassano’ (Ger 5, 22)?”.4


III – Il Vangelo


35 In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”.


Anche San Luca ci riferisce questo fatto (cfr. Lc 8, 22-25), mentre San Matteo tace su ciò. Sebbene nessuno dei due Evangelisti dichiari le ragioni che portarono il Signore a prendere questa decisione, esse sono facilmente deducibili. Come abbiamo in precedenza affermato, si possono sintetizzare nella stanchezza fisica dopo una giornata laboriosa. Non dimentichiamoci della natura umana di Gesù, nonostante questa fosse unita a quella divina. Anche San Giovanni menziona la stanchezza del Salvatore in quell’occasione in cui Lui, stando seduto vicino al pozzo, vide comparire la Samaritana, e le manifestò di aver sete (cfr. Gv 4, 6-7).


Nel presente episodio, la plausibilità di quest’ipotesi diventa chiara per il profondo sonno nel quale cadde Gesù, subito dopo essere salito in barca.


36 E, congedata la folla, Lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con Lui.


Maldonado5 interpreta il fatto che gli Apostoli avessero preso tutti la stessa imbarcazione di Gesù come un qualcosa di provvidenziale, perché così, quando Egli li avesse ripresi per la mancanza di fede, avrebbe potuto farlo con tutta libertà. Ci sembra, tuttavia, più probabile che le circostanze così lo imponessero, visto che la barca apparteneva a loro. A parte questo, era ormai divenuta una tradizione che essi restassero insieme al Maestro.


La moltiplicazione dei pani

Tradizionale era pure la mancanza di preparativi per il viaggio. Quanti pani e pesci possedevano essi in occasione dei due miracoli della loro moltiplicazione? “Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche” (Lc 9, 3) aveva detto a loro. Per questo Lo condussero alla barca così come stavano. D’altro canto, pondera San Giovanni Crisostomo,6 Gesù volle averli come testimoni dei suoi miracoli, ma desiderava evitare agli altri lo scandalo di vedere che essi avevano una fede così limitata.


Si sollevò una grande tempesta


37 Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena.


Questa tempesta non si sollevò per caso. Non poche volte, a causa di una preoccupazione naturalista, si vuole attribuire agli elementi stessi della natura la causa, la forza e la gloria dei miracoli. Questa tendenza semplicistica richiama l’attenzione di alcuni autori di fama, come, per esempio, Fillion: “In ognuna delle categorie dei miracoli evangelici troviamo già indicate le obiezioni più comuni e più recenti del razionalismo, e i principi che aiutano a rifiutarle. Non è dunque necessario che ci occupiamo delle elucubrazioni della critica liberale riguardo ai miracoli del Salvatore, considerati isolatamente”.7 Subito di seguito, l’illustre autore espone il pensiero di diversi razionalisti contemporanei.


Purtroppo, i limiti di questo articolo non permettono di discorrere su questo recalcitrante razionalismo, un male molto più diffuso di quel che sembra. Contro il suo dogmatismo, ricordiamoci che “dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera. Come in un otre raccoglie le acque del mare, chiude in riserve gli abissi” (Sal 32, 6-7). Questo è il potere di Dio, infinitamente superiore a quello della ragione umana, anch’essa da Lui creata.


“Ci fu una grande tempesta di vento”. Alcuni autori sono del parere che essa sia stata ordinata dallo stesso Signore e fu grande perché grande fosse anche il prodigio. Oltretutto, quanto maggiore fosse stata la paura dei suoi discepoli, altrettanto grande sarebbe stato il sollievo di essere stati, da Lui, salvati.


Le tormente interiori


Nel corso degli ultimi due millenni, con frequenza i commentatori fanno un accostamento tra questo paradigmatico episodio e la Chiesa o l’anima nella sua vita spirituale. Quando parlano della Chiesa, si riferiscono più alle persecuzioni da lei sofferte, come alle divisioni ed eresie sorte al suo interno. Nell’applicare l’episodio all’anima, concentrano la loro attenzione sui giusti piuttosto che sui peccatori, poiché quest’ultimi, anche se possono essere considerati come una “barca”, in questa non incontreranno Cristo, neppure dormiente.


Sia come sia, tutti noi passiamo per tormente interiori, alle volte, anche violente. Esse capitano per cause esteriori, ma con frequenza anche per ragioni interiori. Su queste si moltiplicano le considerazioni di questi o di quegli autori, come, per esempio, di San Giovanni d’Avila:


“Ci sono coloro che hanno perso questa gioia della castità per castigo di Dio che, come dice San Paolo, con giusto giudizio li ha abbandonati ‘ai desideri disonesti dei loro cuori’ (Rm 1, 24), come in mano di crudeli carnefici. […] E sebbene questo sia in generale con tutti i peccati, lo è specialmente con quello della superbia. Dio è solito castigare la segreta superbia con la lussuria manifesta. Nabucodonosor, per castigo della sua superbia, fu abbassato al livello delle bestie (cfr. Dn 4, 22.29-30), e in esso rimase finché non riconobbe e confessò che l’eccellenza del Regno è di Dio.


“C’è chi ha la superbia della castità, credendo quasi che essa sia dovuta alle sue forze. Costui Dio lo espelle dalla sua cerchia, e una volta fuori dalla compagnia degli Angeli, cade tra le bestie.


“Altri sono superbi e disprezzano il loro prossimo per il fatto di vederlo carente di virtù, specialmente della castità. Assomigliano al fariseo quando prega: ‘Non sono cattivo come gli altri uomini, né adultero’ (Lc 18, 11). Quante persone ho già visto essere castigate con la caduta, per aver commesso questo peccato! ‘Non condannate e non sarete condannati’ (Lc 6, 37). ‘Con la stessa misura con la quale misurate sarete misurati’ (Mt 7, 2). ‘Guai a te che disprezzi, perché sarai disprezzato!’ (Is 33, 1).


“Siamo, tutti noi uomini, della stessa pasta, e tutti possiamo cadere nei peccati in cui è caduto il nostro prossimo. Traiamo dunque il bene dal male altrui, considerando come salutare avvertimento per noi, senza assomigliarci all’aspide che trae il male, com’è la superbia.


“Non dimentichiamoci di Davide, il quale, secondo quanto dice San Basilio cadde perché, messo di fronte all’abbondanza delle grazie, si è creduto sicuro. ‘Nella mia prosperità ho detto: Nulla mi farà vacillare!’ (Sal 29, 7). Si è dimenticato della sentenza del Siracide: ‘Nei giorni dei beni che abbiamo, ricordiamoci dei mali in cui possiamo cadere’.


“Simile a questa superbia è la vana fiducia di chi cerca la castità appoggiandosi soltanto alle proprie forze. Costui può ripetere quello che fu detto dagli Apostoli: ‘Abbiamo faticato la notte intera invano’ (Lc 5, 5), o dal Qoelet: ‘Quanto più io la cercavo, tanto più lontano fuggiva da me’. Il che significa eccesso di fiducia in se stesso e mancanza di preghiera al Signore e a Maria.


“Quando fu il tempo in cui i re uscivano a battagliare (cfr. II Sam 11, 1), Davide inviò i suoi generali, però lui, osserva il libro santo, rimase a casa sua e, passeggiando, cadde nella tentazione e nel peccato dell’adulterio. Chi fugge dalle fatiche e dal compimento dei suoi doveri, subito sarà tentato.


“Per finire, la ribellione della carne, di cui soffre l’umanità, ha inizio dalla disobbedienza di Adamo. Chi disobbedisce a Dio e ai suoi rappresentanti – i superiori – subito suole essere castigato con la rivolta delle sue potenze inferiori alla ragione”.8


Chi è che Dio castiga? Per quanto incredibile possa apparire, Egli permette che la tempesta scoppi sulle anime amate da Lui. È lo stesso Dio che dichiara di seguire questo procedimento: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3, 11-12); “Io tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo” (Ap 3, 19).


Dio ci corregge attraverso le tribolazioni


Sant’Agostino è anch’egli categorico a questo proposito, poiché assicura che non appartiene alla categoria dei figli chi non passa per le tribolazioni. Troviamo in San Paolo la perfetta spiegazione: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità” (Eb 12, 7-10).


Questi brani delle Scritture ci fanno meglio comprendere quanto l’apparente successo dei cattivi, le loro delizie e prosperità molte volte possono significare uno dei peggiori castighi. Davide ci insegna come “nel suo orgoglio il malvagio disprezza il Signore: ‘Dio non ne chiede conto, non esiste!’ […]. Egli pensa: ‘Non sarò mai scosso, vivrò sempre senza sventure’” (Sal 9, 25.27).


Così, possiamo dire di Dio che, essendo Padre di ogni consolazione, è anche il Padre della tribolazione. Tramite questa, Egli ci corregge. Ci castiga al fine di emendarci, poiché mai vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr. Ez 33, 11).


Buoni e cattivi passano per burrasche


In sintesi, buoni e cattivi passano per burrasche, il problema è nella disposizione interiore degli uni e degli altri durante queste, come spiega Sant’Agostino:


“Nonostante [i giusti e i cattivi] soffrano lo stesso tormento, virtù e vizio non sono la stessa cosa. Perché, come con uno stesso fuoco l’oro risplende e la paglia fuma, e con la stessa trebbiatrice si rompe l’arista della spiga del frumento e si pulisce il grano, e non si confonde il morchione con l’olio per essere stati pressati con lo stesso peso, così pure una stessa avversità prova, purifica e perfeziona i buoni, mentre disapprova, distrugge e annienta i cattivi. Di conseguenza, se attinti da una stessa calamità, i peccatori abominano Dio e bestemmiano contro di Lui, e i giusti Lo glorificano e chiedono misericordia. La differenza tra tanto svariati sentimenti consiste, non nella qualità del male che si soffre, ma nelle persone che lo soffrono; perché, rivoltati nello stesso modo, il fango esala un fetore insopportabile, e il profumo prezioso, una fragranza soavissima”.9


Il “sonno” di Gesù nella nostra anima


38a Egli Se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.


Proprio come la tempesta, il sonno di Gesù in quel momento sembrava essere stato predisposto secondo una finalità che Egli aveva in vista. Era altamente formativo per i suoi discepoli sentire la propria contingenza e, così, essere stimolati a ricorrere a Lui in ultima istanza. In questo modo sarebbero state create le condizioni per la manifestazione del suo potere divino. A questo riguardo ci dice San Giovanni Crisostomo: “Se Egli fosse stato sveglio, o essi non avessero avuto paura o non lo avessero pregato che li salvasse quando la tempesta si sollevò, non avrebbero pensato che potesse fare un tale miracolo”.10


Molto puntualmente gli autori mettono in relazione questo fatto capitato agli Apostoli e il mistero del “sonno” di Gesù, che al le volte si ripete durante la tempesta per la quale passano le nostre anime. Questo “sonno” di Gesù potrà essere reale o apparente.



Quando noi ci allontaniamo da Gesù: “sonno reale”


Se, per disgrazia, abbracciamo il peccato mortale, ci allontaniamo da Gesù. Questo è il più terribile dei “sonni”, poiché siamo noi che Lo obblighiamo a prendere le distanze da noi, a parte il fatto che perdiamo la grazia santificante. Subito dopo si solleva la tempesta delle nostre cattive inclinazioni e passioni disordinate, la quale sommerge il nostro senso morale. Se, in questa situazione, saremo sorpresi dalla morte, Dio dormirà per quanto riguarda noi il “sonno eterno” della nostra terribile condanna all’inferno. Non ci sarà più, in questo caso, alcuna possibilità di svegliarLo.


Per il progresso delle nostre anime: “sonno apparente”


Ci sono circostanze dolorose nella nostra vita spirituale, nelle quali Gesù sembra dormire, causandoci la sensazione di essere abbandonati. Questa è un’ottima opportunità per combattere la nostra presunzione e comprendere che senza di Lui non possiamo fare nulla (cfr. Gv 15, 5). Il timore di Dio non solo è il principio della sapienza, ma anche un eccellente mezzo di santificazione (cfr. Fil 2, 12). Privati per un periodo delle delizie delle sue consolazioni, più facilmente ci purifichiamo dai disordini dei nostri affetti.


Anche il nostro sonno deve essere santificato


D’altra parte, tenendo conto che le minime azioni di Gesù contengono lezioni di alta saggezza per noi, il suo sonno nella barca ci mostra quanto dobbiamo santificare il nostro riposo. In fin dei conti, il sonno occupa una considerevole parte della nostra esistenza su questa Terra e, in un certo senso, è immagine della morte. Se desideriamo che la nostra morte sia buona e santa, sarà indispensabile che lo sia anche la sua prefigurazione. È fondamentale che ci addormentiamo sotto la benedizione del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Santissima: “nel sonno non ci abbandonare […] e il corpo riposi nella pace!”.11 Per questo, niente di meglio che evitare atteggiamenti e modi di essere penetrati dallo spirito della mollezza, come la mancanza di pudore o la sensualità.


Nell’ora della tempesta, risveglia la tua fede e verrà la bonaccia


38b Allora Lo svegliarono e Gli dissero: “Maestro, non T’importa che siamo perduti?”


Quando tuttavia, senza colpa da parte nostra, ci rendiamo conto di essere coinvolti in un qualche pericolo, seguiamo il consiglio di Sant’Agostino:


“O cristiano, sulla tua nave dorme Cristo, ridestaLo, e Lui comanderà alle tempeste di placarsi. Il fluttuare dei discepoli sulla nave quando Cristo dormiva, preannuncia il fluttuare dei cristiani quando in loro dorme la fede nel Cristo. Scrive infatti l’Apostolo: ‘Il Cristo abita per la fede nei vostri cuori’ (Ef 3, 17), poiché mentre come presenza, bellezza e divinità Egli è sempre con il Padre, è alla destra del Padre nei Cieli come presenza corporale, come presenza di fede Egli è in tutti i cristiani. Tu dunque fluttui pericolosamente perché il Cristo dorme, cioè non riesci a vincere la brama che ha destato in te la voce tentatrice perché dorme in te la fede. Essa si è come assopita, ti sei dimenticato di essa. Ridestare il Cristo significa ridestare la fede, riportare alla tua memoria quello cui hai dato la tua adesione di fede. Ricorda dunque la tua fede, ridesta il Cristo: la tua stessa fede comanderà ai flutti da cui sei sbattuto e ai venti che soffiano su di te coloro che ti vogliono indurre al male: costoro subito si allontaneranno e tornerà la calma; e se ancora i persuasori di male continueranno a parlare, ormai non potranno né far inclinare la nave né sollevare i flutti né sommergere il veicolo che ti trasporta”.12


Non Lo hanno visto se non come Uomo


39 Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!” Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40 Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” 41 E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare Gli obbediscono?”


Cristo benedicente

È proprio paradigmatica per noi questa burrasca per la quale son