V Domenica di Quaresima (Anno C)


Gesù e l’adultera

Vangelo

1 Gesù si avviò allora verso il Monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel Tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?” 11 Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 1-11).


La Legge o la Bontà?


Nell’episodio della donna adultera, gli evangelisti non rivelano tutto quanto era sotteso alla trama ordita dai farisei per collocare Gesù di fronte al seguente dilemma: condannare la peccatrice a morte, violando la legge romana, o salvarle la vita, screditando la Legge di Mosè. Gesù ha proclamato una sentenza di misericordia.


I– Gesù è venuto a perdonare


I Vangeli  sono il testamento della misericordia. L’annuncio del maggior atto di bontà che ci sia stato in tutta l’opera della creazione – l’Incarnazione del Verbo – è il frontespizio, l’apertura della sua narrazione. La forma brillante con cui questa termina ci lascia senza sapere se non è ancora più bella e commovente: la crocifissione e morte di Gesù per ristabilire l’armonia tra Dio e l’umanità.


La bontà divina unisce sostanziosamente questi due estremi, la Grotta di Betlemme e il Calvario, attraverso una sequenza ricchissima di avvenimenti traboccanti d’amore per i miserabili: “Infatti il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e a salvare quello che era perduto” (Lc 19, 10). Questa gioia che Gesù ha nel perdonare traspare nelle dottrine, nei consigli e persino nelle parabole da Lui elaborate con lo scopo preciso che i suoi ascoltatori comprendano meglio la sua misericordia. In quest’ottica sono da leggere le parabole del figliol prodigo (cfr. Lc 15, 11-32), quella della pecorella smarrita (cfr. Lc 15, 4-7) e quella della dracma perduta (cfr. Lc 15, 8-10). L’euforia di coloro che incontra, in ognuno di questi tre casi, riflette la contentezza dello stesso Cristo nel promuovere il ritorno di un’anima sulla via della grazia. Egli è il Buon Pastore che prende la pecorella, la quale imprudentemente si era staccata dal gregge e la riconduce all’ovile, al fine di infonderle nuova vita in una maniera sovrabbondante. Egli la porta sulle sue stesse spalle, mentre i Cieli si riempiono di un giubilo persino maggiore di quello causato dalla stessa perseveranza dei giusti (cfr. Gv. 10, 11-16; Lc 15, 4-7).


All’interno di quest’atmosfera d’amore, non abbiamo mai visto Gesù, nel corso della sua vita pubblica, assumere il minimo atteggiamento dispregiativo nei confronti di chicchessia: samaritani, centurione, cananei, pubblicani, ecc. A tutti invariabilmente si rivolgeva con divina attenzione e affetto: “Imparate da Me che sono mite e umile di cuore”(Mt 11, 29). Nessuno si è avvicinato a Lui in cerca di una guarigione, di un perdono o consolazione, senza essere pienamente esaudito. Tale è stato il suo infinito impegno a fare il bene, soprattutto ai più bisognosi: “Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”(Mc 2, 17); “Lo Spirito del Signore è sopra di Me; per questo Mi ha consacrato con l’unzione, e Mi ha mandato […], per predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19). Lo stesso Apostolo dirà più tardi: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io” (I Tm 1, 15).


Malizia dei farisei


Come “è bello durante la notte credere nella luce”,1 così la Bontà sostanziale di Gesù diventa ancor più luminosa ai nostri occhi quando si trova in contrasto con un’opposizione tutta fatta di malizia. Questa noi la incontriamo, radicale e costante, dall’inizio alla fine del Vangelo. Già il Precursore, nel distinguere tra coloro che lo circondavano alcuni farisei, li aveva rimproverati: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? […] Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre!” (Mt 3, 7-9). Sono così numerose le invettive degli scribi e farisei contro Gesù, in virtù della sua misericordia, che riprodurremmo una buona parte dei Vangeli se cercassimo di essere minuziosi nelle citazioni a questo riguardo. Ricordiamo il passo in cui essi arrivano a chiamarLo posseduto del demonio (cfr. Gv 8, 52; 10, 20; Lc 11, 15), distorcono le sue parole e affermazioni (cfr. Mc 14, 58), Lo perseguitano con intensità crescente (cfr. Gv 7–11) fino a condannarLo a morte, e Lo accusano di essere rivoluzionario, perché, secondo loro, sollevava il popolo contro il potere civile e affermava che non doveva essere pagata l’imposta all’imperatore (cfr. Lc 23, 2).


I farisei che accusavano l’adultera si sentono accusati da Gesù

Gesù, la Misericordia sostanziale, non è meno duro verso di loro. “Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa” (Mt 12, 7). Per sette volte, Gesù li chiama ipocriti, con l’espressione: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti”, per attribuire loro – ogni volta – un peccato (cfr. Mt 23, 13-29).


Odio contro la bontà di Gesù


Questa indisposizione farisaica contro Gesù aveva come motivo implicito la sua infinita misericordia, virtù specifica di Dio: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv 8, 47). E, soprattutto, perché non volevano essere veri figli di Dio, ma piuttosto figli del diavolo (cfr. Gv 8, 44). Oltre a questa terribile ascendenza che è loro attribuita da Gesù, ricevono anche il titolo di “ladri”, “omicidi” (Gv 10, 10), “vipere” (Mt 12, 34).


Ora, l’odio farisaico contro la Bontà si dovrebbe anche riflettere nella repulsione che manifestavano in relazione ai bisognosi. È quindi nel contrasto con l’acidità dei farisei e scribi contro i peccatori che vediamo risplendere ancor più la bontà di Cristo. Essa diventa storica quando arriva ai limiti estremi di assolvere una Maddalena (cfr. Lc 7, 47-48) o, in cima al Calvario, il buon ladrone (cfr. Lc 23, 43).


I farisei si indignavano contro questi atteggiamenti di Gesù perché il loro puritanesimo procedeva da una falsa giustizia, tutta fatta di orgoglio, e per questo si allontanavano dai miserabili, li disprezzavano e non mostravano mai sentimenti di compassione verso qualsiasi bisognoso.


È nello scontro tra la Bontà infinita e il falso amore alla Legge che si svolge il dramma del Vangelo di oggi.


II – L’episodio della donna adultera


1 Gesù si avviò allora verso il Monte degli Ulivi.


Secondo  quanto dice Alcuino,2 Gesù passava il giorno predicando nel Tempio di Gerusalemme e, all’imbrunire, ritornava a Betania per riposare in casa di Lazzaro. Secondo questo versetto, in quell’occasione, siccome era l’ultima sera di festa, è possibile che Gesù abbia passato la notte in preghiera, al Monte degli Ulivi. Chi commenta meglio questo passo è Don Andrés Fernandez Truyols, SJ: “Terminato il ministero apostolico di ogni giorno, reso più arduo dalle discussioni alle quali i suoi eterni avversari lo obbligavano, e che non gli lasciavano un momento di riposo, mentre i suoi ascoltatori tornavano ognuno alla loro casa, Gesù si ritirò sul Monte degli Ulivi. Non sembra che si sia allontanato fino a Betania, cosa che sarebbe stata probabilmente indicata dall’autore. La cosa più probabile è che abbia passato la notte in una tenda o in una grotta; forse in quella che fu considerata da molti come la Grotta dell’Agonia o, caso mai, in quella che si trova quasi in cima al monte, e che la tradizione ha consacrato come la cattedra degli insegnamenti di Gesù, sulla quale Sant’Elena ha edificato una basilica. In questo modo, tanto dall’una come dall’altra, Gesù poteva dirigersi rapidamente al Tempio attraverso la porta orientale, che doveva coincidere più o meno con quella oggi chiamata Porta d’Oro. Del resto, il Monte degli Ulivi era un luogo familiare a Gesù”.3


 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel Tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.


Nessuno potrà mai immaginare l’irresistibile forza d’attrazione esercitata da Gesù nei confronti di chi Lo veniva a conoscere. Di questa ne danno un’idea i Vangeli, che costituiscono mere sintesi di meraviglie indescrivibili. Tale è il suo impegno a fare il bene che, subito alle prime luci dell’alba, Egli va al Tempio, sicuramente già seguito da altri lungo il cammino. Al suo ingresso tutti convergono intorno a Lui per ascoltarLo. Era l’inizio di una nuova lunga giornata di predicazione in forma di conversazione, nella quale avrebbero potuto prender parte attiva, con domande o commenti,ognuno dei presenti, in un’atmosfera del tutto amena e familiare. Per questo, Egli Si sedette e cominciò ad insegnare. All’improvviso, quel sacro convivio fu interrotto da un fatto insolito.


 L’adultera viene presentata a Gesù


3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo…


L’adultera fu collocata al centro della moltitudine, affinché fosse giudicata, come autrice di un crimine e, in questo modo, ipso facto, stabilirono Gesù come giudice.


Questo fatto, inevitabilmente, solleva un’importante questione: che cosa sarà mai accaduto all’uomo implicato nella medesima colpa? Quale la ragione per cui lui non è stato presentato a Gesù, in quest’occasione? Ora, il testo della Scrittura è perentorio sull’obbligatorietà della punizione per entrambi: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte” (Lv 20, 10); o ancora: “Quando un uomo verrà colto in fallo con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che ha peccato con la donna e la donna. Così toglierai il male da Israele” (Dt 22, 22).


Gli autori sollevano varie ipotesi a questo riguardo; non ne troviamo, tuttavia, nessuna che porti all’estremo la sfiducia in relazione alla perfidia di quegli scribi e farisei. Ci sia permesso, conoscendo la consumata cattiveria che era loro caratteristica, sollevare un sospetto sulla “fuga” del colpevole adultero: non sarà stato egli complice dei suoi mandanti in modo che conseguissero un flagrante? In questo caso, probabilmente, l’adultera sarebbe stata indotta al crimine, lasciandosi coinvolgere più per ingenuità e per l’inclinazione delle sue passioni, che per dolo.



“Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio” (Gv 8, 3)

Arriva qui la domanda classica: “A chi ha giovato il crimine?”. Già all’epoca di Daniele, gli accusatori non erano riusciti ad acciuffare il presunto socio di Susanna nell’adulterio calunniosamente inventato dai due giudici anziani. Nel caso del Vangelo di oggi, chi era il criminale? La donna si sarebbe rifiutata di dichiararlo? Ci sorprende la facilità con cui gli scribi e i farisei hanno trovato un’adultera, che si era introdotta nel Tempio, proprio a quell’ora e in tali circostanze, tanto favorevoli per architettare un show che coinvolgesse Gesù.


Si aggiunga quest’altro dato: due creature umane, adulte, che andassero a perpetrare un crimine punito con la pena di morte immediata, per quanto primitive fossero, avrebbero cercato di proteggersi da quel rischio di essere colti in flagrante. Ora, il caso in questione si realizzò in condizioni tali da far pensare che difficilmente non sia stato pianificato da terzi, interessati al suo conseguimento.


I farisei invocano una legge in disuso


 4 …gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.


L’espressione “sorpresa in flagrante adulterio” conferisce ancor più sostanza all’ipotesi di un crimine pianificato da varie persone, con uno scopo che diventerà esplicito nella rivelazione contenuta nel versetto seguente. Oltretutto, l’affermazione fortemente categorica da parte loro evitava che fossero accusati da Gesù rispetto alle prove, perché neppure la donna stessa cercava di difendersi. Forse, per la delicatezza della sua anima femminile, non faceva neppure delle insinuazioni su chi fosse il suo complice in quel crimine.


Flavio Giuseppe, famoso storico giudeo di quei tempi – e dunque, in un certo modo, insospettabile –, ci racconta che era caduta in disuso la legge che puniva con la pena di morte i rei condannati per questo tipo di crimine.


 Rigorismo in mezzo alla rilassatezza generale dei costumi


Sotto il regno di Erode, la corruzione dei costumi a Gerusalemme era giunta ai limiti estremi. Chissà se questa era una circostanza propizia ai farisei e scribi per creare, in Gesù, l’impasse di come procedere in quel caso di adulterio. Comunque sia, “sotto l’apparenza dello zelo per la Legge, quegli uomini ipocriti e vendicativi preparavano a Gesù una trappola mal dissimulata. Erano sicuri che Colui che chiamavano ironicamente con l’epiteto di ‘amico di peccatori e pubblicani’ Si sarebbe mostrato indulgente con la colpevole; ed allora essi Lo avrebbero accusato di violare la Legge divina in un punto fondamentale”.4


Sulla stessa linea, commenta Don Andrés Fernandez Truyols, SJ: “La domanda, apparentemente rispettosa e persino onorifica per Gesù, era in realtà insidiosa. Se Lui si fosse pronunciato per il castigo, lo avrebbero tacciato di essere duro; se avesse assolto, sarebbe stato accusato di violare la Legge”.5 D’altra parte, vale la pena osservare il contrasto tra i fedeli, che ascoltano estasiati le parole del Salvatore, e la furia dei dottori della Legge e dei farisei nel condannare Gesù. “Mentre i pacifici e i semplici ammiravano le parole del Salvatore, gli scribi e i farisei Gli facevano domande, non per apprendere, ma per ordire trappole alla verità”.6


Vogliono rendere Gesù reo della sua stessa sentenza


È diventato famoso il dilemma creato dai farisei a proposito del pagamento dell’imposta, se a Cesare o al Tempio. Quel “rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”(Mt 22, 21) ha segnato la Storia. Il caso portato alla luce dalla Liturgia di oggi fu montato con un’abilità di gran lunga maggiore. Decidendo per l’una o l’altra soluzione, Gesù, o si sarebbe sollevato contro il potere romano, o si sarebbe dichiarato discordante rispetto a Mosè e, pertanto, rispetto al Sinedrio. Se la sua sentenza fosse stata a favore della lapidazione, sicuramente i suoi nemici avrebbero cercato di consegnarLo a Pilato con l’accusa di aver violato la legge imposta da Roma alle province conquistate e alle sue suffragane: il diritto di vita e di morte gli apparteneva con esclusività. Senza contare che avrebbero avuto elementi per sollevare il popolo contro la sua radicalità e intransigenza.


Gesù contro Mosè


Se Gesù l’avesse assolta, avrebbero fomentato i fedeli per il fatto che Lui si opponeva alla Legge di Mosè e Lo avrebbero trascinato al Sinedrio per essere scomunicato e consegnato all’autorità romana. Probabilmente, “volevano mettere Cristo in opposizione con la Legge di Mosè, dando ad intendere che Lo consideravano un altro Mosè, il quale portava una legge più perfetta di quella del primo. Tutto era fatto per incentivarLo e provocarLo, in modo che Lui prendesse posizione contro la Legge di Mosè, dando loro l’occasione di accusarLo. Che dici Tu a questo? Contrapponendolo a Mosè, come se Lo elevassero al di sopra di Mosè. Tu, che sei più grande di Mosè, a cui non si applicano le sue leggi, perché non ne promulghi un’altra migliore e più perfetta, che ne dici? Approvi o disapprovi la sentenza della Legge mosaica? Con tutti i mezzi, cercano di metterLo nella tentazione di dire qualcosa contro Mosè, di fronte a tutto quel pubblico, visto che Lo riconoscono come superiore al grande legislatore”.7


Gesù risponde per iscritto


Richiama moltissimo all’attenzione l’inedita attitudine del Divino Maestro, di chinarSi, rimanendo seduto, per metterSi a scrivere “col dito sulla terra”. Gesù Si trovava vicino al cortile delle donne, nella galleria del Tesoro, e non sappiamo in che modo fosse fatto il pavimento di questo locale. Comunque sia, probabilmente quanto scritto avrebbe avuto la possibilità di essere letto da altri. Consideriamo il fatto che gli scribi e i farisei si fossero sistemati vicino a Nostro Signore e che, inoltre, fossero in piedi, quindi in una posizione per cui non era difficile per loro leggere i caratteri che Egli aveva disegnato. Gesù che scrive. In tutta la narrazione dei Vangeli è l’unica occasione in cui questo avviene. Come possiamo immaginare la forma delle lettere e la sequenza delle parole? Evidentemente, saranno sicuramente state le più belle tra tutte quelle possibili. Qualcosa di leggibile sarebbe dovuto rimanere per terra, forse impresso sulla stessa polvere della strada. Che cosa avrà scritto Lui in quel momento? Più avanti tratteremo di questo particolare.


Gesù solleva la questione dal piano giuridico a quello morale


 7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.


Nel Deuteronomio troviamo la chiara obbligatorietà che il primo testimone di un crimine, punito con la pena di morte, lanci la prima pietra: “Anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi la mano di tutto il popolo” (Dt 13, 10). O, come più avanti: “La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire; poi la mano di tutto il popolo” (Dt 17, 7). Davanti al Signore si trovavano maestri della Legge e farisei, esperti nel dominio di queste conoscenze relative alla giurisprudenza. Pertanto, Gesù non si tira indietro, pronuncia la sentenza, ma, a proposito della sua esecuzione, approfitta dell’occasione per trasferire la problematica dal campo giuridico ad un piano molto più elevato, ossia, a quello morale. Frase divinamente celebre, se essa fosse impressa in forma indelebile nei nostri cuori, saremmo convinti della nostra indegnità, della nostra insufficienza, dei nostri peccati, ecc., e non saremmo aspri con nessuno, e neppure rimprovereremmo con durezza di cuore i colpevoli. Dolcezza, umiltà e compassione costituirebbero l’essenza del nostro relazionarci con gli altri, e così, attireremmo la benevolenza di Dio e saremmo causa di edificazione del prossimo. “Credo che Cristo abbia voluto criticarli, e non solo dava a intendere che potevano peccare, in quanto uomini, e che erano peccatori di fatto – in altre parole, che erano macchiati di peccati come la generalità degli uomini – ma anche che erano ipocriti: pieni di iniquità nel loro intimo, mentre all’esterno fingevano santità e zelo religioso, occupandosi della lapidazione di quella donna. Li ha rimproverati come in quell’altra occasione in cui li ha chiamati sepolcri imbiancati (cfr. Mt 23, 27). Li ha feriti, pertanto, nell’intimo della coscienza, quando ha detto loro: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei’, dando a intendere che essi erano colpevoli di quel peccato o di altri più grandi. Ma questa accusa è tanto accorta che non sembra essere Lui che la fa, ma la coscienza di ognuno di loro. Il Salvatore li rimette alle loro stesse coscienze, stabilendole come giudici, come se Lui ignorasse ciò che c’era in esse. In certo modo, è proprio del diritto naturale che chi accusa o condanna qualcuno sia libero dal peccato che gli rimprovera”.8


Che cosa avrà scritto Gesù sul pavimento?

Può un uomo giudicare un altro uomo?


È insuperabilmente magistrale questa risposta di Nostro Signore, dunque Egli non assume la funzione di giudice, che gli avevano offerto gli scribi e i farisei, quanto piuttosto quella di Maestro, conforme al titolo utilizzato da loro nel proporGli il giudizio. Come Altissimo Consigliere, Gesù ricorda loro che un giudice, nonostante i suoi peccati o colpe, può – e anzi deve – giudicare e condannare, se fosse necessario; tuttavia, solleva loro uno spinoso problema: può un peccatore essere l’esecutore della giustizia di Dio?


L’unico, vero e competente Giudice è Nostro Signore Gesù Cristo: “Il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio” (Gv 5, 22). Tutti coloro che in forma competente giudicano un altro uomo, per diritto naturale, positivo o divino, lo fanno per delega di Gesù. Quella sentenza morale lanciata contro uomini orgogliosi che ipocritamente si reputavano santi e immacolati, di per se stessa non li avrebbe trattenuti nella loro determinazione a far rispettare la Legge, se questo fosse stato realmente il loro obiettivo esclusivo. Che mai avrà fatto Gesù per impedirglielo?


Scrivendo, Gesù accusava gli accusatori


8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra.


Per quanto San Girolamo non sia seguito dalla maggioranza degli autori, sembra avere interamente ragione nella sua analisi riguardo questo punto. Non crediamo sia sulla buona strada l’opinione di alcuni commentatori, che Gesù scriveva senza un obiettivo definito, come se volesse semplicemente significare il suo disinteresse per la questione sollevata, o per guadagnare tempo. Tutto porta a credere che i peccati, degni del medesimo castigo, commessi dagli accusatori, apparivano in quello scritto apparentemente informale. Sant’Ambrogio è anche lui fautore di questa ipotesi di San Girolamo. Se così infatti è stato, Gesù ha proceduto con suprema saggezza e, oltretutto, con somma bontà, poiché avrebbe potuto fare una contraccusa pubblica verso ognuno di loro e invece non lo ha fatto. In modo del tutto contrario, metteva loro a disposizione il suo totale perdono. Sarebbe bastato un pentimento interiore e una richiesta di misericordia, seppure implicita, affinché tutti uscissero da quella situazione in completa armonia con Dio e perfino tra loro stessi. Gesù offriva loro questa grande opportunità, ma…


Il peccato non compensa


 10 Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?” 11 Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più”.


L’adultera notando che i suoi accusatori si stavano ritirando, cominciò a sentire dentro di lei un crescente sollievo, che giunse al culmine dopo l’uscita dell’ultimo. La prospettiva della morte per lapidazione l’aveva spaventata e aveva promosso una constatazione frequente nei peccatori pentiti: il peccato non compensa! La grande vergogna e umiliazione davanti a quel numeroso pubblico forse l’avranno fatta soffrire ancora di più. L’ultima terribile prova: il santissimo sguardo di Gesù: Il Sacro Volto, integro nella sua divina moralità, la purezza e la verginità nella loro essenza, contemplati dal delirio carnale pieno di vergogna e pentito… Solo un ardente sentimento avrebbe salvato dal meritato castigo quella povera anima: una richiesta di perdono! Gesù non esigerà da lei una dichiarazione esplicita e formale, solo le manifesterà la sua insuperabile delicatezza: “Nessuno ti ha condannata?”.


Rispettando la Legge, Gesù è misericordioso


Con un procedimento tanto saggio quanto insolito, nessuno più avrebbe potuto accusare il Maestro di non aver preso in considerazione la Legge di Mosè e, pertanto, di essere stato esageratamente indulgente. Egli non aveva ripetuto se non la stessa attitudine dei farisei e, oltretutto, Egli aveva condotto la peccatrice a dichiarare: “Nessuno, Signore”. Seguendo l’esempio di tutti, nemmeno Lui l’avrebbe condannata.


“Nessuno ti ha condannata? Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 10-11), disse Gesù alla peccatrice Gesù e l’adultera


Così, “la libera dalla trappola che le hanno teso i cacciatori” (cfr. Sal 124, 7), conferma la Legge, fa risplendere nuovamente la sua dignità, mette in fuga i suoi nemici, produce ancor più ammirazione, rispetto e sottomissione nel popolo che Lo attorniava e perdona la povera peccatrice, lasciandola andare con un avvertimento: “Non peccare più”. Con questo ammonimento, Egli le concedeva ancora la Sua grazia, senza la quale nessuna virtù si pratica stabilmente.


III – Gli accusatori sono stati giudicati, la peccatrice è stata perdonata


Che magnifica lezione di penitenza, di perdono e della necessità della perseveranza, offerta ad ognuno di noi in questa valle di lacrime nella quale siamo stati concepiti e viviamo!


Gesù, l’unico che avrebbe avuto diritto a lanciare dalla prima fino all’ultima pietra, concede alla peccatrice una bella esperienza della grandezza della Sua misericordia. Lì lei si è sentita veramente amata dall’infinita bontà di un Cuore sacro, umano e divino. E la felicità che, in maniera equivoca, aveva ricercato nel peccato, l’ha incontrata nel perdono e nella benevolenza di Colui che gli scribi e i farisei avevano scelto come giudice: il Maestro.


Coloro che si appoggiavano alla Legge per accusare ne sono usciti giudicati, la peccatrice pentita, che avrebbe dovuto essere uccisa, se ne è andata in grazia di Dio. Nessuno mai è stato o sarà tanto intransigente con l’errore quanto Gesù, nessuno più mite di Lui verso i peccatori.


Questo è un ennesimo episodio del Vangelo in cui traspaiono, da un lato, l’infinita bontà del Sacro Cuore di Gesù, che arde in fiamme di desiderio di perdonare e, all’estremo opposto, la durezza d’animo degli scribi e farisei, che non solo rifiutano questo perdono, persino per se stessi, ma non riconoscono mai con umiltà le loro rispettive colpe.


Quando si difende la Legge per puro egoismo, non solo non si ha la forza per praticarla, ma non si accetta neanche la Bontà!


1) ROSTAND, Edmond. Chantecler. Paris: L’Avant-Scène, 1994, p.45.

2) Cfr. ALCUINO, apud SAN TOMMASO DAQUINO. Catena Aurea. In Ioannem,c.
VIII, v.1-11.

3) FERNÁNDEZ TRUYOLS, SJ, Andrés. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 2.ed. 
Madrid:BAC, 1954, p.395-396.

4) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. Madrid:

Rialp, 2000, v.II, p.347.

5) TRUYOLS, op. cit., p.396.

6) ALCUINO, op. cit.

7) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. 
Evangelio de San Juan. Madrid: BAC, 1956, v.III, p.519.

8) Idem, p.522.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

  • Facebook Clean
  • YouTube - Círculo Branco
  • Instagram - White Circle

Copyright © Araldi del Vangelo 2020 tutti i diritti riservati. 

+39 06 3903 0517

Si autorizza la divulgazione citando la fonte. 

  • Facebook - Grey Circle
  • YouTube - Grey Circle
  • Instagram - Grey Circle
cruzsemfundo.png