Commento al Vangelo – VIII Domenica del Tempo Ordinario – (Anno C)


Gesù benedicente


Vangelo

In quel tempo, 39 Gesù raccontò una parabola ai discepoli: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? 40 Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. 41 Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? 42 Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. 43 Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni.44 Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.45 L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6, 39-45).


Chi è il vero discepolo?


La missione di condurre le anime al Regno dei Cieli è affidata da Nostro Signore agli umili, perché riconoscono la propria insufficienza. Per questo, i loro sforzi per la salvezza delle anime si coronano di buoni frutti.


I – La necessità di una guida sicura


In un mondo dove la vera carità in relazione al prossimo si configura come una cosa rara per la supremazia dell’egoismo, è grande il dramma di coloro che attraversano la vita senza nessuno che gli indichi la via della vera felicità. A questo riguardo, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira tesse il seguente commento: “Mi ricordo che, quand’ero piccolo, noi camminavamo per strada e vedevamo molti cuccioli randagi. Una volta, vidi mia nonna rivolgere un rimprovero ad un nipote che si era ribellato: ‘Va’! Se vuoi, fa’ la parte di un cucciolo senza padrone’. All’improvviso, la tragedia di non esser guidato si è presentata in tutta la sua ampiezza nel mio animo. La gioia di esser guidato è, esattamente, quella del fedele che ha qualcuno nel quale depositare la sua fedeltà, è la gioia di ogni uomo che ha il senso della gerarchia, il senso dell’ordine e il senso della disciplina”.1 Ora, il desiderio di esser istruito e la ricerca di una guida sicura costituisce una caratteristica delle anime rette, che sentono la loro contingenza e naturale incapacità di arrivare, da sole, alle sublimità della Rivelazione. Per questo, esse si rivolgono a coloro che hanno ricevuto il mandato di insegnare in nome di Dio, desiderando esser da loro istruite nelle vie della beatitudine. Il ruolo di chi ha ricevuto questa incombenza è indicare la via sicura, senza deviare dai precetti della Religione, né a destra né a sinistra (cfr. I Mac 2, 22).


Basilica di San Pietro – Roma

La Chiesa, guida delle anime


Più di qualsiasi persona individualmente eletta per condurre le anime, tale missione è stata affidata da Dio alla Santa Chiesa Cattolica, essendo stata vincolata al ministero petrino la salvezza di tutti. Esser guidati in questa Terra significa, allora, esser condotti dalla Chiesa, aprirsi alla luce da Lei emanata e alle grazie che concede all’umanità. Tocca agli evangelizzatori essere vere guide, mostrando agli uomini la bussola della verità. Così procedendo, essi collocano coloro che dirigono sul cammino della santità, essendo imprescindibile, tuttavia, che mantengano sempre la consapevolezza che il loro ruolo si limita a quello di mero strumento, dovendo tutto attribuire alla sollecitudine della Chiesa.


Questo principio fondamentale è uno degli insegnamenti più importanti contenuti nel Vangelo dell’8ª Domenica del Tempo Ordinario.


II – Fonte o strumento?


Dopo aver trasmesso la dottrina delle beatitudini e predicato l’amore ai nemici, Nostro Signore aggiunge ancora alcune parabole prima di concludere la predicazione del Discorso della Montagna, che di solito viene comparato quanto a importanza, alla promulgazione della Legge Antica sul Sinai. I suoi insegnamenti finali considerano colui che è chiamato all’apostolato, su cui aleggia la grave responsabilità della salvezza del prossimo e la perfetta trasmissione della dottrina da Lui consegnata al mondo. Il fatto che tali ammonimenti siano venuti subito dopo i più sublimi insegnamenti di Gesù, ci suggerisce l’importanza degli strumenti umani nella propagazione della Fede e della fedeltà di questi alla dottrina del Vangelo.


Un cieco alla guida di altri ciechi


In quel tempo, 39 Gesù raccontò una parabola ai discepoli: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?”


Con questa parabola il Divino Maestro mette in risalto quanto grande sia l’insensatezza di accettare la direzione di chi non discerne, e svolge un’applicazione spirituale molto eloquente. Cieco del Regno di Dio è colui che si propone di fare apostolato senza condurre le anime a Nostro Signore, desiderando godere del prestigio e della fama che normalmente circondano i portatori della verità. Tale cecità si origina in una grave discrepanza di visualizzazione, come sostiene un esegeta contemporaneo: “Gesù Si riferisce a un altro tipo di ciechi: a quelli che non vedono gli avvenimenti né le persone con lo sguardo di Dio e pretendono di parlare in sua vece”.2 Chi è chiamato ad evangelizzare – ogni battezzato, per tanto – è nella condizione di un modello, di una vera guida di fronte a colui che ancora non è stato illuminato dalla luce della grazia. Le sue parole, la sua impostazione di spirito e il suo esempio personale serviranno da paradigma agli altri, che tenderanno a vedere in lui la personificazione delle virtù e della dottrina cristiana professata. Potrà succedere, anche, che l’incanto per la Sacratissima Persona di Gesù sia risvegliato dall’integrità di vita delle anime ferventi, proprio come si verificò tra i cristiani nel corrotto Impero Romano: “Guarda come essi si amano”,3 commentavano i pagani, poiché non avevano mai presenziato la pratica della carità fraterna. L’Apostolo riconosce la forza dell’esempio quando ricorda ai corinzi: “Siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini” (I Cor 4, 9). E anche ai primi fedeli della comunità di Filippi: “Brillate come gli astri dell’universo” (Fil 2, 15).


Questo grande insegnamento si applica in modo molto speciale alla persona del sacerdote, e reclama da quelli che gettano le reti dell’apostolato un fortissimo vincolo col Divino Maestro. La conduzione delle anime verso il Regno dei Cieli suppone l’irradiazione del soprannaturale, la comunicazione delle gioie che inondano l’anima di chi conosce Gesù, vive della sua vita e sperimenta l’effusione della sua bontà. È a partire dalla relazione con Colui che ha promesso di attrarre tutti a Sé (cfr. Gv 12, 32) che siamo chiamati a portare al mondo intero la Buona Novella della salvezza. San Tommaso d’Aquino, citando Dionigi l’Areopagita, trascrive il suo bel pensiero: “Dice Dionigi: ‘Come sotto l’influsso dei raggi solari le essenze più sottili e diafane si illuminano per prime della luce che si irradia su di esse, e allora soltanto, divenute anch’esse simili al sole, trasmettono a quelle inferiori la luce di cui traboccano, così si deve sempre evitare l’audacia di voler essere guide ad altri nelle vie di Dio senza aver raggiunto la perfetta deificazione in tutta la propria condotta’”.4 Al contrario, saremo ciechi alla guida di altri ciechi, usurpatori della missione evangelizzatrice, illudendo quelli che Dio vuole beneficiare. Se noi ci svincolassimo dalle radici divine, cadremmo nell’errore, con il rischio di portare quelli che guidiamo alla condanna. Per questo, afferma Dom Chautard riguardo a chi è vigile e non si lascia trascinare dagli errori delle false guide: “Gli uomini hanno il diritto di essere esigenti verso coloro che vogliono riformarli. Infatti, se la morale con la quale si orna il predicatore altro non è che un involucro fallace, subito lo scoprono e gli negano la fiducia”.5



Enrico VIII con la sua famiglia

Cecità spirituale


Insegna la dottrina cattolica che ogni missione evangelizzatrice consiste nel guidare le anime al Signore Gesù: “La trasmissione della fede cristiana è innanzitutto l’annuncio di Gesù Cristo, per portare alla fede in Lui”.6 Tuttavia, non sono mancati nella Storia uomini che hanno fatto di questa altissima missione una leva per la concretizzazione dei loro obbiettivi personali, avvalendosi delle prerogative di annunciatori di Cristo per, in fondo, annunciare se stessi, diventando ciechi di spirito. Chiamati da una vocazione – la quale molte volte può esser autentica, altre neanche tanto – a istruire gli altri, tali ciechi ritengono di aver compreso la verità in forma così piena come nessun altro. Questo, che certamente può succedere, essendo motivo di arricchimento per la Chiesa quando è autentico, diventa una cataratta spirituale agli occhi dell’anima nel caso non venga da Dio. Questa cecità si manifesta quando le pseudo-guide si rifiutano di accettare qualunque correzione, non ammettendo nessuno sbaglio che eventualmente sia loro indicato. Essi non riconoscono mai che è passibile di errore la loro dottrina o condotta.


Come indica un teologo odierno, “se queste ‘guide’, ufficiali o pretese, ignorano l’esigenza primordiale che scaturisce dal Vangelo […], se pretendono di imporre alla comunità esigenze che Gesù, il Maestro, non ha prescritto, si dichiarano cattivi discepoli; essendo ciechi, non possono che portare al fallimento una comunità che si è lasciata accecare col loro insegnamento”.7 Per questa ragione, l’apostolo chiamato ad essere guida di altri, quando si colloca al centro delle attenzioni, togliendo il posto a Nostro Signore, finisce per condurli laddove non dovrebbe e renderà conto nel Giorno del Giudizio per aver spinto verso l’abisso i suoi subalterni, visto che il suo obbligo era di condurli a buon fine, mostrando loro il cammino della vera felicità.


Caratteristiche del vero discepolo


40 “Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro”.


Nostro Signore traccia, subito dopo, il profilo del vero discepolo, confrontando la postura dei ciechi e quelli di perfetto acume visivo. Avvalendosi di un’insuperabile didattica, presenta prima la figura di quelli che non vedono, impressionando negativamente la moltitudine, per poi rivelare l’atteggiamento di perfezione morale del discepolo fedele e, con la forza del contrasto, renderla ancora più attraente.



Gesù crocefisso

Egli insegna che il discepolo ben formato, sviluppando tutte le sue qualità, sarà un prolungamento del maestro. In quella società dove l’insegnamento religioso era basato sul rapporto tra maestro e discepolo – poiché così funzionavano le scuole rabbiniche –, il suo linguaggio è molto adeguato, riferendosi a una realtà nota a tutti. Era nella frequenza assidua della casa del maestro, nelle lunghe conversazioni e speculazioni sulla Torà, e nell’assimilazione di un modo peculiare di interpretare la Legge che il discepolo era istruito, finendo per diventare un figlio spirituale. San Paolo stesso dirà di essere stato formato “ai piedi di Gamaliel” (At 22, 3).


Partendo da questa concezione, Nostro Signore stabilisce la linea del discepolato nel Nuovo Testamento, ma in una nuova prospettiva. Egli chiarisce che l’apprendimento ben condotto non si traduce in una emancipazione di chi si istruisce, né significa un’opportunità per apprendere i segreti dell’ufficio, avendo lo scopo di una scalata nella quale si termina superando il formatore. Con l’avvento del Salvatore è arrivato a noi il vero Maestro, Colui che avrebbe versato l’unico Sangue capace di redimere il mondo, davanti al Quale tutti ammutoliscono riconoscendo la propria piccolezza, a ricevere la misura che tocca a loro del suo spirito. Più tardi, quando si serviranno della parola, i discepoli offriranno, nella condizione di mero strumento, l’acqua cristallina della sana dottrina, assorbita direttamente dalla contemplazione del Divino Maestro. Così hanno proceduto i maggiori luminari della Chiesa, i quali, a loro volta, sono stati i più sottomessi seguaci di Gesù.


Tutti siamo peccatori


41 “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? 42 Come puoi dire al tuo fratello: ‘Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.


I versetti seguenti trattano della cecità sotto un altro aspetto: l’incapacità di considerare il prossimo come egli realmente deve esser visto. Le origini di questo difetto si trovano nell’orgoglio, poiché chi non è umile per considerare Dio come deve, non avrà neanche, in relazione al prossimo, un giudizio formato secondo i criteri divini. L’immagine della trave e della pagliuzza riflette la sproporzione esistente, nella maggior parte dei casi, tra l’insoddisfazione degli orgogliosi e i difetti del prossimo, proprio come esistono nella realtà.


Ben diversa è la condotta di quelli che hanno una nozione precisa riguardo i loro problemi e miserie. Poiché non è costituita la finalità di quello che fanno, comprendono meglio le insufficienze degli altri e li trattano con affetto, come osserva San Doroteo di Gaza: “I santi non sono ciechi e tutti odiano il peccato, ma non odiano chi lo commette, non giudicano, hanno invece compassione, lo consigliano, lo consolano, si prendono cura di lui come di un membro malato, fanno tutto il possibile per salvarlo”.8 Gli umili chiedono sempre perdono a Dio e sanno che se non saranno giudicati con commiserazione, saranno perduti. In questo modo, quando vanno a trattare con il prossimo, si mettono dalla sua parte e gli applicano la stessa bontà che essi desiderano ricevere da parte di Dio. Come sintetizza Peláez, “l’autocritica ci colloca nell’ottica ideale per vedere la dimensione dei difetti del prossimo. Chi fa autocritica e si auto-esamina, apprende a vedere con compassione”.9


Togliere la trave dall’occhio significa bandire la mentalità farisaica riguardo se stessi e avere gli occhi puntati su coloro che sono la nostra luce: il Signore Gesù e Maria Santissima. In questo modo saremo in condizioni, anche, di togliere la pagliuzza dall’occhio del nostro fratello, portandolo a comprendere la sua discrepanza in rapporto a questi supremi modelli e, per amore Loro, desiderare la sua conversione. Qualunque altro metodo sarà inutile e non renderà frutto, come vedremo nel passo a seguire.


III – Buoni e cattivi frutti nati dal cuore


43 “Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni.44 Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo”.



Sant’Agostino

Nostro Signore passa all’immagine dei frutti nati da buoni e cattivi alberi, componendo una splendida immagine per illustrare un principio che oggi può sembrarci evidente. Prima di Lui, nessuno aveva avuto la sapienza per enunciarlo. In verità, solamente un Dio, capace di sondare le reni e scrutare i cuori (cfr. Sal 7, 10), potrebbe averlo trasmesso. Diventa chiaro, con questo esempio, che non esiste differenza tra quello che si è e quello che si fa. Gesù stesso dirà, più avanti, recriminando la cattiveria dei farisei di fronte alla sua testimonianza: “Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10, 37-38). Quali erano, per esempio, le opere dei farisei? Un’applicazione della Legge tanto inclemente che lasciava tutti con la schiena ricurva per tanto sacrificio, e che nessuno riusciva a compiere alla perfezione. Quali erano le opere di Nostro Signore? Una dottrina nuova, confermata da miracoli, resurrezioni, espulsione di demoni, ecc. Ossia, le opere hanno fatto conoscere chi le compiva.


L’assenza di fichi in rovi o di uva in piante spinose mostra che ciò che proviene da un albero è qualcosa di definitivamente buono o cattivo, poiché non può mai fiorire un frutto contenente veleno e che serve da alimento allo stesso tempo. Possiamo applicare questa verità alle intenzioni del cuore, poiché, sebbene siano impenetrabili da terzi, presto o tardi si manifestano attraverso i nostri atti. Nessuno può fingere di essere una persona virtuosa quando pecca nel suo intimo, perché subito si rivelerà la sua falsità: “l’uomo opera in funzione di quello che è nella realtà; malgrado utilizzi un artificio dissimulatore, i suoi atti e le sue parole sono il riflesso esatto di quanto è nel più profondo di se stesso”.10 Per questo, non dobbiamo mai voler conciliare pratiche buone con altre riprovevoli, cercando di stabilire un ponte tra Dio e il demonio. Come non ci alimentiamo di spine, così non possiamo neppure assimilare una cattiva dottrina, né permettere nelle nostre opere di apostolato lo spirito del mondo, come pretendono alcuni. A tale riguardo insegna Sant’Agostino: “La dottrina di Cristo, crescendo e sviluppandosi, si mescolò con alberi buoni e con rovi cattivi. La predicano i buoni e la predicano i cattivi. Osserva da dove procede il frutto, da dove si origina quello che ti alimenta e quello che ti affligge; entrambe le cose sono mescolate alla vista, ma la radice le separa”.11 Questo criterio infallibile ci indicherà sempre la verità, poiché, come conclude Dom Chautard: “Dio deve […] negare all’apostolo arrogante le sue migliori benedizioni per riservarle all’apostolo umile, che riconosce solo di poter assorbire la sua linfa nel tronco divino”.12


La grazia, tesoro dei buoni


45 “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore”.


L’immagine del tesoro significa quello che l’uomo possiede di più prezioso, la grande ricchezza della sua vita. Nostro Signore mostra apprezzamento per questo simbolismo nella sua predicazione, poiché lo utilizza in numerose occasioni: quando insegna a mettere insieme tesori nel Cielo (cfr. Lc 12, 33), a cercare il tesoro nascosto nel campo (cfr. Mt 13, 44), o quando raffronta il Regno dei Cieli a una perla preziosa trovata da un negoziante (cfr. Mt 13, 45-46). Parla ancora dello scriba paragonato al padre di famiglia, che trae cose nuove e antiche dal suo tesoro (cfr. Mt 13, 52) e invita il giovane ricco a lasciare tutto per un’altra ricchezza: l’eternità felice (cfr. Mc 10, 21). Nel passo di questa domenica, Egli ci parla dei tesori del cuore.


Nel corso dell’esistenza, è naturale conservare con affetto quello che sembra più eccellente e coerente con le stesse qualità, poiché fa parte della psicologia umana conservare quello che si identifica con lei ed eliminare quello che è estraneo alle sue inclinazioni. Se questo è valido sul piano naturale, si applica a maggior ragione alle questioni di vita spirituale. Qual è il tesoro del cuore dell’uomo buono? Il tesoro eterno, poiché, se una goccia di grazia vale più di tutta la natura e l’universo,13 chi vive nella grazia di Dio possiede una ricchezza incommensurabile. Tuttavia, noi avremo un tesoro autentico se il nostro cuore si convertirà, e per questo è necessario governarlo, impedendogli di seguire un cammino contrario a quello indicato dalla grazia. Per questo, dobbiamo tagliar corto con le affezioni e i capricci che ci allontanano da Dio e, soprattutto, con il peccato. Se nel passato abbiamo stabilito un’alleanza con esso, si rende indispensabile disfarcene, perché solo così saremo in condizione di costituire un tesoro celeste.


Ma, così come si spera che le ricchezze di questa Terra crescano in quantità, il nostro tesoro deve essere migliorato in qualità per mezzo della contemplazione, della permanente lode, azione di grazie e adorazione di Dio. In questo modo, ne verranno insegnamenti utili al prossimo; in caso contrario, produrrà solo i frutti dell’egocentrismo e non avrà nessun effetto edificante presso chi ha l’obbligo di avvicinarsi a Nostro Signore, soprattutto attraverso parole che siano lo straripamento di un cuore virtuoso.


La parola è lo specchio del cuore


La considerazione della parola ci incentiva a un esame di coscienza. Su cosa verte la nostra conversazione? A cosa stimoliamo gli altri con quello che diciamo? Che cosa esce dalla nostra bocca? Con il nostro discorso conosceremo come siamo dentro e avremo idea di quale è l’albero da dove provengono questi frutti, come ammonisce San Basilio: “Lo stile della parola fa conoscere il cuore dal quale procede, manifestando chiaramente la disposizione dei nostri sentimenti”.14 È con la nostra conversazione quotidiana che, secondo quanto ci dice Nostro Signore in questo Vangelo, conosceremo il tipo di tesoro custodito nell’anima. Anche San Giovanni Crisostomo è molto chiaro nell’esporre questa dottrina: “È la cosa più naturale del mondo il fatto che, traboccando la cattiveria da dentro, si sparga verso fuori con le parole della bocca. Quando ascoltate un uomo che parla male, non pensate che sia la sua cattiveria semplicemente quella che tradiscono le sue parole, ma congetturate che la fonte sia molto più abbondante, poiché quello che esterna è soltanto l’eccedente del cuore. […] Perché la lingua, sebbene molte volte sia svergognata, non versa in una sola volta tutta la sua malizia; il cuore invece, che non ha per testimone alcun uomo, genera i mali che bene intende non sentendosi contenuto in nessun modo, perché tiene Dio in molto poco conto. Le parole, infatti, possono essere esaminate e sono pronunciate davanti a tutto il mondo, mentre il cuore rimane nell’ombra; per cui i peccati della lingua sono meno frequenti di quelli del cuore, ma quando la cattiveria interiore si fa molto grande, irrompe clamorosamente quello che fino ad allora era stato nascosto”.15



La Vergine col Bambino

IV – Conclusione


La vita, comparata dal salmista al soffio del mattino e alla fragile paglia secca, possiede un’infima durata (cfr. Sal 38, 6-7). Camminiamo tutti verso il grande giorno della resa dei conti, quando Gesù ci chiamerà alla sua presenza e ci condurrà alla casa di suo Padre, se saremo degni di una ricompensa. Sappiamo fin d’ora, però, che l’ingresso nel Regno dei Cieli è concesso ai buoni in base ai frutti presentati. Da loro si conoscerà la sincerità della nostra dedizione a Dio. Visto che Egli prende l’iniziativa di amarci per libera e spontanea volontà, strappandoci dalla polvere ed elevandoci alla più alta vetta soprannaturale, la vita della grazia, come Lo contraccambieremo? Questa è la domenica della liturgia della generosità, della nostra risposta a Dio per tutto quanto ci dà.


Tenendo ben presente che questi frutti si riferiscono anche al modo in cui conduciamo il nostro prossimo per le vie della salvezza, chiediamo l’insuperabile intercessione di Maria Santissima, per ottenere da Lei la grazia di essere trasformati in discepoli retribuitori di tutto quanto riceviamo da Dio e, più ancora, in figli la cui vita possa esser comparata al cristallo collocato nell’ostensorio: un mero strumento che non impedisce ai fedeli la contemplazione di Gesù-Ostia, ma, al contrario, si rileva di qualità tanto migliore quanto maggiore sarà la sua trasparenza.


Siamo autentici seguaci di Nostro Signore e devoti figli della Chiesa che si impegnano a spargere nel mondo la luce ricevuta dall’Alto, e così ogni sorta di buoni frutti uscirà dal nostro intimo, perché “quando gli uomini decidono di cooperare con la grazia di Dio, sono le meraviglie della Storia che si operano”.16

1) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 4 apr. 1972.


2) BARTOLOMÉ GONZÁLEZ, Francisco. Acercamiento a Jesús de Nazaret.
 Madrid: Paulinas, 1985, v.II, p.39.


3) TERTULLIANO. Apologeticus. XXXIX: ML 1, 471. 

4) SAN TOMMASO DAQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.36, a.1.


5) CHAUTARD, OCSO, Jean-Baptiste. A alma de todo o apostolado. 
São Paulo: FTD, 1962, p.113-114.


6) CCE 425. 

7) MONLOUBOU, Louis. Leer y predicar el Evangelio. Santander: 
Sal Terræ, 1982, p.162.


8) DOROTEO DI GAZA, apud CANTALAMESSA, OFMCap, Raniero. 
Echad las redes. Reflexiones sobre los Evangelios. 
Ciclo C. Valencia: Edicep, 2003, p.214. 

9) PELÁEZ, Jesús. La otra lectura de los Evangelios. 
Ciclo C. 2.ed. Córdoba: El Almendro, 2000, v.II, p.104.


10) MONLOUBOU, op. cit., p.162. 

11) SANTAGOSTINO. Sermo CCCXL/A, n.10. 
In: Obras. Madrid: BAC, 1985, v.XXVI, p.37. 

12) CHAUTARD, op. cit., p.35.


13) Cfr. SAN TOMMASO DAQUINO. Somma Teologica. I-II, q.113, a.9.


14) SAN BASILIO, apud SAN TOMMASO DAQUINO. Catena Aurea. 
In Lucam, c.VI, v.43-45.


15) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilia XLII, n.1. 
In: Obras. Homilías sobre El evangelio de San Mateo 
(1-45). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.I, p.809-810.


16) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Revolução e Contra-Revolução. 
5.ed. São Paulo: Retornarei, 2002, p.132.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

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