Commento al Vangelo – IV Domenica del Tempo Ordinario – (Anno C)


Sacra Famiglia


Vangelo

21 Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?” 23 Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!” 24 Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. 28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, Se ne andò (Lc 4, 21-30).


Essi hanno visto, ma non hanno capito


Coloro che hanno avuto la fortuna incalcolabile di convivere più tempo con Gesù – i suoi conterranei di Nazaret – sono stati i primi a rifiutarLo e a volerLo uccidere. Per quale ragione i profeti non sono accettati nella loro patria?


I – La vita quotidiana di Gesù a Nazaret


Sarebbe un’ingenuità, o per lo meno una mancanza di buon senso, immaginare la vita privata di Gesù trascorsa in un completo isolamento, chiusa tra quattro pareti, senza la possibilità del minimo contatto con la società che lo circondava. Non può essere stato così. La perdita e l’incontro del Bambino Gesù nel Tempio, l’unico episodio narrato dai Vangeli quando piccolo, ci fornisce gli elementi per ipotizzare una normale convivenza con gli adolescenti di Nazaret.


Ogni anno, partivano le carovane dalle più svariate regioni alla ricerca della città di Davide per partecipare alle festività che si svolgevano nel Tempio. Si formavano gruppi di famiglie che affrontavano il viaggio insieme per poter essere di appoggio l’una con l’altra. Inoltre, essendo i Giudei di natura molto comunicativa e amante della conversazione, era per loro un’occasione per affinare le amicizie vecchie e nuove. È probabile che questo sia stato uno dei motivi per i quali Maria e Giuseppe non si accorsero, immediatamente, della scomparsa del Figlio di Dio. I giovani, che a partire dai dodici anni accompagnavano i rispettivi genitori, si riunivano anch’essi per i loro intrattenimenti, separatamente dagli adulti. Di qui il verificarsi della possibilità per il Divino Giovane di realizzare il suo sogno quello cioè di prendersi cura degli interessi del suo Padre Eterno, nella totale indipendenza da qualsiasi altro legame.


Posizione di Gesù nella piccola città


Nazaret era una micro-città di quei tempi e, come succede di solito in piccoli villaggi, tutti si conoscevano. Lavorando un po’ d’immaginazione, possiamo ricostruire la vita quotidiana di un Bambino esemplare che vive in una circoscrizione territoriale tanto ristretta. Mai egli avrà omesso dalle sue attività la preghiera, come anche mai avrà disatteso agli obblighi di cui era responsabile. Sempre che fosse possibile, si sarà presentato spontaneamente da suo padre, Giuseppe, per aiutarlo nei suoi lavori di falegnameria. La sua influenza sui coetanei dovrà essere stata la più incisiva, elevata e soprannaturale possibile. Consigliere insuperabile, avrà risolto tutte le contese, placato le collere e le vendette. Si sarà offerto per pregare con questi e quelli, al fine di ottenere dal Padre celeste i suoi prodighi favori. Tutti Lo avranno ammirato con profondo rispetto e i genitori lo avranno preso come punto di riferimento per incentivare i figli ad essere buoni ed educati. “Che cosa dirà il figlio di Giuseppe se saprà che tu non ti stai comportando bene?”, oppure “Guarda l’enorme rispetto che il figlio di Giuseppe ha per i suoi genitori. Così devi essere anche tu, figlio mio!”. Certamente, saranno state queste le esortazioni frequenti fatte nell’ambito di alcune famiglie della piccola Nazaret.


In questa atmosfera sarà cresciuto il Bambino, contento di sentire in Sé il normale sbocciare della sua socievolezza. È tale la forza di quest’istinto che una delle maggiori sofferenze per una persona consiste nel vedersi ripudiata da tutti e, in particolare, dai suoi più prossimi. Di qui si capisce la dolorosa sensazione provata da Gesù nel vederSi respinto dai suoi conoscenti di Nazaret.


II – Visita di Gesù alla sua città


Questa visita, per così dire, ufficiale e più o meno prolungata di Gesù a Nazaret, è narrata da Matteo e Marco quasi al termine del secondo anno della vita pubblica del Salvatore (cfr. Mc 6, 1-6; Mt 13, 54-58), al contrario di Luca, che la anticipa. Secondo l’opinione di illustri commentatori, Luca ha preferito procedere in questo modo per ragioni letterarie. Nel frattempo, riconosce che la fama di Gesù si era diffusa per tutta la Galilea e che Lui insegnava nelle sinagoghe (cfr. Lc 4, 14-15). È degna di nota l’ipotesi sollevata da alcuni autori di peso, sui viaggi precedenti realizzati da Gesù in questa località. Questo a cui ci riferiamo, tuttavia, al di là della sua ufficialità, si stava realizzando in circostanze speciali. Quanto più piccolo era il luogo visitato, tanto più forte diventava il regionalismo. Le notizie riguardanti il grande successo delle predicazioni e dei miracoli operati dal nuovo profeta, nativo della piccola Nazaret, conducevano il popolo all’euforia per il fatto di vedere uno dei suoi conterranei essere una figura di spicco in Israele. Insomma, un nazareno dimostrava il grande valore della cittadina, non solo in Galilea, ma in tutta la nazione.


Atteggiamento contraddittorio dei concittadini


D’altro canto, questi sentimenti di soddisfazione erano turbati dal risentimento (tali sono le contraddizioni prodotte dall’amor proprio): perché tanti prodigi manifestati a Cafarnao, e non a Nazaret? L’impressione di discriminazione veniva loro da un’autostima squilibrata. Non riuscivano ad intendere le ragioni per le quali Gesù, che aveva beneficiato della località per formarSi, crescere e vivere, la abbandonasse per elargire ad altri il meglio dei suoi frutti.


Quando l’amore non è puro, paziente, servizievole, ma ricerca soltanto i suoi interessi personali provoca rancore e si irrita (si veda la seconda lettura di oggi: I Cor 13, 1-13). Inoltre, produce un tipo di cecità incurabile, fino a quando l’egoismo non sia estirpato: “Lì più che in qualsiasi altro luogo Gesù aveva voluto elargire i suoi divini favori”,1 ma era indispensabile la fondamentale virtù dell’umiltà perché gli abitanti di Nazaret fossero oggetto dei molteplici doni del profeta taumaturgo.


Il “battesimo” del rifiuto


Se, però, Gesù sapeva fin dall’eternità che “nessun profeta è ben ricevuto nella sua terra”, perché desiderò allora ritornare al villaggio della sua gioventù? È che, a parte il battesimo penitenziale di Giovanni, cercava altro, quello del rifiuto… Questo è il terribile dramma del vero apostolo: andare dai suoi, e i suoi non lo ricevono (cfr. Gv 1,11).


Si tratta di una delle più dolorose stimmate, compagna inseparabile di tanti santi nel corso dei secoli, sia di quelli del passato, sia anche di quelli del futuro fino alla venuta di Enoch ed Elia, alla fine dei tempi. La Santa Chiesa, fondata da Cristo, si arricchisce con i meriti di coloro che sono disprezzati per amore della giustizia: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli!” (Mt 5, 10). A Nazaret, con Gesù, essi trovano la consolazione ed il sostegno nell’esempio divino.


Dobbiamo aver ben presenti queste considerazioni, prima di seguire il Salvatore nei suoi passi per il villaggio di Nazaret, soprattutto in quel sabato quando Egli si trovava nella sinagoga. Ci sarà facile comprendere come non deve essere stato trionfale questo suo ritorno, malgrado ci fosse una certa aspettativa tra il popolo.


Gesù, nella sinagoga di Nazaret


21 Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.


Prima del brano selezionato per la Liturgia di questa domenica, San Luca riferisce su quanto ha fatto il Divino Maestro nella sinagoga di Nazaret, in quel giorno di sabato. Dopo le preghiere e la lettura di un passaggio della Torah, Gesù fu invitato a commentare un passo di uno dei profeti e, avendo Egli accettato, gli fu consegnato il rotolo di Isaia. Mentre lo apriva, quando già si trovava sulla pedana, si imbatté nelle previsioni messianiche (61, 1ss). Nel Vangelo, riguardo alle parole di Gesù, è riportata appena questa frase (v. 21), ma, evidentemente, il suo discorso fu molto più esteso e ricco di dottrina, come indica l’affermazione contenuta nel versetto seguente: “E tutti davano testimonianza a suo favore, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Sul loro contenuto non si sa nulla, se non da rivelazioni private, ma possiamo ben immaginare quanto si facesse evidente la realizzazione piena di quelle profezie fatte molti secoli prima. Oltretutto, la voce di Gesù, il suo contegno, i suoi gesti e atteggiamenti dovevano lasciar trasparire la grandezza della sua missione redentrice. In un’armoniosa coniugazione di estremi opposti, con un’insuperabile tenerezza e un dominio tutto fatto di padronanza di sé , in pochi istanti dissolse i più consolidati preconcetti della platea a suo riguardo. Stava davanti a loro quell’Uomo preannunciato dalle Scritture, il soave e dolce Salvatore. Il grande miracolo di Dio si realizzava in quella sinagoga e ben più grande di quelli effettuati a Cafarnao.


Gesù instilla la messianità


Comunque, non è da credere che Gesù abbia fatto una rivelazione sulla sua messianità in una forma interamente esplicita; in caso contrario, si potrebbe ben dedurre quali reazioni avrebbero avuto quei nazareni attraversati da sentimenti d’invidia. Ancor più se consideriamo che conoscevano le sue origini familiari e le occupazioni lavorative precedenti. Ma il suo obiettivo, proprio come ci insegna Maldonado, era il seguente:


“L’intenzione di Gesù era comunicare loro che Egli era il vero Messia che tanto attendevano. Per questo mostra loro che era Lui l’uomo del quale aveva parlato il profeta. Sembra esserci qui una specie di rimprovero implicito, come se dicesse: ‘Come mai aspettate, con tanto desiderio il Messia e, avendoLo davanti agli occhi, non volete riceverLo? Perché cercarlo tra i Profeti se non volete intendere gli stessi profeti, le cui letture vi sono fatte, né le profezie che si compiono alla vostra vista?’”.2


Tutti potevano cogliere i benefici.


Gesù e la Penitente

Fillion, con la sua grande capacità esegetica e indubbie doti letterarie, ci fa rivivere la scena:


“Letto questo passaggio lentamente e con chiarezza, Gesù arrotolò di nuovo la pergamena e la consegnò al sacrestano. Si sedette poi sulla sedia del lettore, indicando in questo modo che si rendeva disponibile a parlare per spiegare il testo sacro. Il momento era solenne e San Luca lo dà ad intendere in modo mirabile, mostrandoci fissi in Gesù gli sguardi di tutti. I suoi ascoltatori, già impressionati, si chiedevano cosa avrebbe mai potuto dire, su un testo così notevole, quel giovane la cui reputazione di predicatore e taumaturgo era giunta loro, prima da Gerusalemme e poi da Cafarnao, sebbene fino ad allora Lui si fosse presentato nel piccolo villaggio soltanto sotto le apparenze di un modesto e pacifico artigiano. Con quale eloquenza e devozione deve aver commentato questo magnifico tema! Quanto ci sarebbe piaciuto conoscere tutto il suo discorso! Ma l’Evangelista non ci ha conservato che il suo brevissimo esordio: ‘Oggi si è compiuto questo passaggio della Scrittura che avete appena finito di udire’. Questo significava: ‘Io stesso sono il Messia redentore e consolatore annunciato da Isaia’. Era, dunque, aperto ‘l’anno di grazia del Signore’, e tutti potevano raccogliere sovrabbondanti benefici”.3


Perplessità dei conterranei di Gesù


22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”


L’insigne Don Manuel de Tuya, OP, è dell’opinione che i fatti narrati nei versetti precedenti sono relativi ad un altro viaggio realizzato da Gesù: “La seconda parte, con reazioni totalmente opposte, deve corrispondere ad un altro e posteriore soggiorno di Cristo a Nazaret. Si era già largamente diffusa la sua fama di taumaturgo e si doveva aver persino parlato pensando al suo messianismo. Questo è ciò che causava perplessità nel popolo nazareno che Lo ascoltava nella sinagoga. Gli riconoscevano la saggezza e i prodigi, ma si chiedevano da dove questi Gli venissero, poiché conoscevano i suoi genitori e parenti. Può darsi che non soltanto provassero lo stupore campagnolo di vedere che uno di loro era superiore a loro, ma che anche già fossero venuti a conoscenza di voci sul suo messianismo. Considerato che il Messia avrebbe dovuto essere di origine sconosciuta, questo non poteva conciliarsi con la conoscenza che essi avevano dei genitori di Gesù”.4


Dalle Scritture e persino da storici dell’epoca, come Flavio Giuseppe e Filone, sappiamo quanto il popolo giudeo fosse un estimatore dell’oratoria, soprattutto sacra. Da qui si nota il grande effetto delle parole di Gesù, compenetrate di soavità ed eleganza grazie ai suoi modi divini, affabili e dotti di parlare, facendo crescere gradevolmente l’interesse dei suoi ascoltatori, come sottolinea Maldonado.5


Nel commentare lo stupore dei Giudei, Luca lascia intravedere la loro consapevolezza del carattere superiore alla semplice natura umana delle parole di Gesù, come sottolinea San Cirillo: “Egli attirava a sé gli sguardi di tutti, stupiti nel vedere che conosceva le Scritture senza averle studiate. Siccome i Giudei erano soliti dire che le profezie relative a Cristo si compivano in alcuni dei loro capi o re, o in alcuni dei santi profeti, il Signore previene la manifestazione di questo costume”.6 San Giovanni Crisostomo commenta: “Egli espone loro una dottrina non meno mirabile dei suoi miracoli; le parole del Salvatore erano accompagnate da un’ineffabile grazia divina che incantava tutti i suoi ascoltatori”.7


Reazione ripetuta nel corso dei secoli


“Non è questo il figlio del falegname?”. Così avrebbero reagito davanti a Dio fatto Uomo i mondani di tutti i tempi. Vivere in funzione di un ultimo fine che si compie esclusivamente in questa Terra, conduce a leggerezze pericolose e arrischiate riguardanti la salvezza. I limitati orizzonti dei nazareni non oltrepassavano i ristretti limiti del loro villaggio. Lo stupore manifestato dall’oratoria del Divino Maestro si era limitato alla forma, senza penetrare nella sua sostanza. Se le sue parole erano “piene d’incanto”, potevano soltanto confermare la fama dei suoi miracoli e rendevano secondaria la sua origine familiare. D’altronde Davide non era figlio del contadino Isaia? Mosè – il salvato dalle acque –, ebbe anch’egli degli antenati all’altezza della missione che gli era stata conferita?


Commenta bene questo passaggio San Giovanni Crisostomo: “Questi insensati, pur ammirando il potere della sua parola, disprezzano la sua persona, a causa di colui che consideravano suo padre”.8 Da parte sua, dice San Cirillo: “Ma il fatto di essere figlio di Giuseppe, come essi pensavano, impedisce di essere venerabile e degno di ammirazione? Non vedono i miracoli divini, satana vinto e i numerosi malati guariti dalle loro infermità?”.9


Incredulità dei nazareni


23 Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”


Gesù riassume i sentimenti dei giudei presenti nella sinagoga con un proverbio molto comune a quei tempi, persino tra i greci e i romani. Era applicato a tutti quanti si impegnavano nel dare agli altri i rimedi di cui essi stessi necessitavano. Questa impostazione di spirito, come commenta Maldonado, aveva le sue radici nella mancanza di fede e nell’ambizione. Non credevano nel potere di Gesù per quanto riguarda i miracoli e, allo stesso tempo, desideravano che la loro città avesse più gloria delle altre. Ora, sappiamo dai Vangeli la fondamentale importanza della virtù della fede per la realizzazione dei miracoli, come ci spiega San Matteo: “E non fece lì molti miracoli, a causa della loro incredulità” (13, 58). Di qui il fatto che il Divino Maestro ha interpretato il fondo del loro pensiero attraverso questo proverbio popolare, come se dicessero: “Abbiamo sentito dire che, a Cafarnao, hai guarito molti; guarisci anche Te stesso, cioè, fa questo anche nella tua città, dove sei stato concepito e creato”.10


A questa battuta satirica, Gesù risponde loro con un’altra:


24 Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria”.


Si dice in latino: assueta vilescunt. E, infatti, dove non regna l’amore verso Dio, la familiarità sfocia, quasi sempre, in disprezzo: “Per questo, chi è vissuto in intimità con l’altro, anche se questo è un grande profeta, è in generale meno idoneo ed è meno disposto a riconoscere le sue qualità. Geremia lo ha sperimentato a sue spese (cfr. Ger 11, 21; 12, 6)”.11


“Se non ha carità…”


Si inserisce qui magistralmente il più celebre degli inni sulla carità, ritagliato per la Liturgia di oggi, a guisa di seconda lettura (I Cor 13, 1-13): “Se io non avessi la carità”, ripete San Paolo tre volte in questo testo, proclamando che, senza questa, a nulla gli servirebbero tutte le scienze e virtù. Il vero amore “non ricerca i suoi propri interessi, […] a tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.


Il fondo dell’ambizione dei nazareni era radicato in un amore profondamente egoista, molto ben spiegato dal famoso Don Badet:


“Non c’è carità perfetta senza un’abnegazione perfetta. Non esiste puro amore senza la completa assenza di ogni pensiero personale. Chi cerca se stesso, pecca contro l’amore. Ogni ritorno su se stessi è un atto egoista e, di conseguenza, contrario all’essenza di questo sentimento, che è quello di dimenticare se stessi, di perdersi, di sparire ai propri occhi, mentre l’oggetto del suo amore diventa tutto. Chi ama perfettamente non ha esigenze, non formula desideri, non pone condizione alcuna, non domanda nessun favore. Se una volontà resta all’anima che si è spogliata di se stessa, è quella di conformarsi in tutto alla volontà del Bene-Amato. L’anima lo rende maestro di tutto ed il suo abbandono è assoluto, gioioso. Ecco la sua ricompensa: l’anima che ama Dio con questa purezza, occupa il primo posto nel suo Regno, perché essa è l’ultima ai suoi occhi. […] Quanto più si fa piccola, più Dio la fa grande; quanto meno essa pensa ai propri interessi, più Dio la provvede magnificamente. Se essa è dimentica di se stessa nell’amore, il Bene-Amato non la dimenticherà!”.12


Condizioni affinché siano operati i miracoli


25 “Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”.


Sempre le Scritture furono prese come Parola stessa di Dio, a quei tempi ancor più di oggi. Con questi due esempi – di Elia (I Re 17, 8-24) ed Eliseo (II Re 5, 1-14) –, Gesù dichiara che non c’è stato luogo in cui Lui fosse meno ben accolto che nel villaggio dove era vissuto quasi trent’anni della sua esistenza. Oltre a questo, spiega più chiaramente la ragione per la quale non ha realizzato lì molti miracoli: perché essi soffrivano della stessa incredulità dei suoi antenati. I miracoli di Gesù non sono privilegio di razza o di parentado, né si ottengono per mezzo di imposizione o della forza. Per ottenerli, è necessario avere molta umiltà e molta fede.


Causa dell’odio contro i profeti


28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno…


Profeta Daniele

Non è un’abitudine degli Evangelisti fare uso dell’esagerazione didattica. Quando Luca dice “tutti”, significa l’assenza di difensori e l’unanimità dei furiosi. Il fatto di non esserci lì un solo amico per unirsi al Salvatore e servirGli da scudo, prova, ancora una volta, la forza e il potere del dinamismo del male. Se è esistito qualche ammiratore in quell’occasione, questo è rimasto timidamente in disparte ed ha avuto paura di compromettersi, come, del resto, è solito succedere con i buoni, in circostanze analoghe. Che non capiti mai a noi di essere uno di questi codardi.


29 …si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 


La vetta del monte dal quale volevano gettarlo, secondo il Padre Andrés Fernández Truyols, SJ, “è una grande rupe che si può vedere vicino alla chiesa dei maroniti, più in alto rispetto a quella dei greco-cattolici: forma parte del monte Djebel es-Sikh, e allo stesso tempo si trovava nelle vicinanze della città”.13


È importante ricordare questo gesto criminoso di mettere mano su Gesù, con l’intenzione sanguinaria di gettarlo da quell’altezza. In modo appropriato commenta Beda: “Sono peggiori i giudei, che sono discepoli, che il diavolo che è il maestro. Perché questo dice: ‘Gettati nell’abisso’, ma quelli tentano di buttarLo veramente”.14


Questa sarebbe una buona occasione per chiedere loro per quale dei benefici ricevuti volevano uccidere il Salvatore. Se Gesù non avesse natura divina, avrebbe provato un po’ dell’odio satanico che più tardi si sarebbe manifestato contro di Lui, nel corso della Passione.


Perché sono trattati così i profeti?


“Il missionario o il profeta sarà sempre oggetto di critiche da dentro e da fuori. Lo stesso è capitato a Cristo, a Paolo, ecc. Il profeta appartiene alla Chiesa del suo tempo e, d’altra parte, deve se stesso al mondo che va a evangelizzare. Questa duplice appartenenza rappresenta il punto di partenza per un amore senza frontiere. Tuttavia, si tratta di una posizione molto scomoda. Nonostante ciò, il profeta potrà realizzare una penetrazione insospettata nel fondo delle cose. I contrasti lo purificano e lo rendono sempre più simile a Gesù crocifisso.


“Il profeta è un messaggero, un interprete della parola divina. L’ha ricevuta da Dio ed essa è più potente dello stesso profeta: egli non potrà tacere. Cristo è stato il maggiore dei profeti: e per mezzo del Battesimo tutti partecipiamo al suo dono profetico. Profeta attualmente è colui che giudica il presente e il futuro alla luce di Dio e si sente inviato da Dio per ricordare agli uomini i suoi doveri religiosi, sociali, familiari, civili. E lo fa preso da zelo ardente per la causa di Dio e da amore compassionevole verso gli uomini. Il profeta deve denunciare l’oppressione, l’ingiustizia, l’egoismo, le guerre, la pornografia, ecc. Dovrà esortare e incoraggiare”.15


30 Ma egli, passando in mezzo a loro, Se ne andò.


Gesù tra i dottori

Da questa narrazione di San Luca possiamo comprendere come Gesù abbia subito la Passione per libera e totale volontà, come osservano Beda e vari altri autori. Quando Lui vuole, Si libera dei suoi carnefici, non solo con maestria, ma anche con grandezza. Qui fa brillare la sua divinità, nel Calvario, la sua rassegnata misericordia.


“C’è stato un vero miracolo, un miracolo di ordine morale, consistente nella vittoria ottenuta per volontà di Gesù sui suoi nemici, che ha ridotti all’impotenza. A questa categoria di prodigi appartiene anche l’espulsione dei mercanti dal Tempio”.16


Ecco dunque! Il miracolo imposto dai nazareni fu loro concesso in sovrabbondanza, ma essi non lo seppero interpretare.


1) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 
Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.38.


2) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.
 Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, v.II, 
p.470.


3) FILLION, op. cit., p.41. 

4) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Madrid: BAC, 1964, 
v.II, p.793.


5) Cfr. MALDONADO, op. cit., p.470. 

6) SAN CIRILLO, apud SAN TOMMASO DAQUINO. Catena Aurea. 
In Lucam, c.IV, v.14-21.

 7) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Hom. 49 in Matth. apud SAN TOMMASO 
DAQUINO, op. cit., v.22-27. 

8) Idem, ibidem.


9) SAN CIRILLO, op. cit. 

10) GLOSA, apud SAN TOMMASO DAQUINO, op. cit., v.22-27. 

11) FILLION, op. cit., p.286.


12) BADET. Jean-François. Jésus et les femmes dans l´Évangile. 
6.ed. Paris: Gabriel Beauchesne, 1908, p.178-179.


13) FERNÁNDEZ TRUYOLS, SJ, Andrés. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.
 Madrid: BAC, 1954, p.327.

 14) SAN BEDA, apud SAN TOMMASO DAQUINO, op. cit., v.28-30.


15) SALGUERO, OP, José. Guiones para Homilías Dominicales. 
Madrid: EDIBESA, 2001, p.647. 

16) FILLION, op. cit., p.43.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

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