Commento al Vangelo – III Domenica di Quaresima (Anno C)


Gesù e gli Apostoli

Vangelo

1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. 6 Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: ‘Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?’ 8 Ma quegli rispose: ‘Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9 e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai’” (Lc 13, 1-9).


La necessità della continua conversione


Dio è Pazienza ed è Magnanimo verso di noi, dandoci tempo più che sufficiente per convertirci. Ma, essendo anche Saggezza e Giustizia, sa come e quando castigare.


I – L’ amore incondizionato di Dio verso ognuno di noi


Attraverso l’esame dell’universo, in particolare sotto l’aspetto della bellezza, l’uomo può in ogni momento fare riferimento a Dio, vedendo nelle creature i riflessi del Creatore. Tuttavia, molti dei nostri contemporanei vivono impegnati in un ritmo di vita che li assorbe completamente, rendendogli difficile prendere le distanze dalle faccende quotidiane e soffermarsi, anche solo per un attimo, ad ammirare qualcosa di nobile, elevato o bello in grado di innalzarli alla sfera soprannaturale.


Chi procede così, dimostra di ignorare il lato più profondo della realtà, dal momento che Dio è ovunque ed intimamente in tutte le cose.1 “In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28).


Dio vuole darci la vita eterna


Dio è estremamente comunicativo e “non cessa di chiamare ogni uomo a cercarLo perché viva e trovi la felicità”.2 Desidera entrare in contatto con noi ed ha per noi un amore gratuito, incommensurabile e incondizionato, che perdona le infedeltà fino al punto estremo che il Signore afferma che c’è più gioia in Cielo per la conversione di un peccatore che per la perseveranza di novantanove giusti (cfr. Lc 15, 7).


“Non voglio la morte del peccatore, ma che lui si converta e abbia la vita” (Ez 33, 11), dice la Sacra Scrittura. Questo pensiero espresso attraverso la Rivelazione ci deve riempire di fiducia, qualunque sia la nostra situazione spirituale.


Tanto più che la vita desiderata da Nostro Signore, per noi, non si esaurisce nei limiti di un’esistenza terrena piena delle delizie dei sensi, che oltre ad essere illusoria, quasi nulla sarebbe in confronto a ciò che Egli vuole darci, ossia, una partecipazione alla propria natura divina. Dio ci ha creati perché godiamo della sua felicità piena e perpetua. Un dono maggiore, non è possibile escogitare!


Dobbiamo, soprattutto, non frapporre ostacoli alla grazia


Da tutta l’eternità, Dio ha un piano specifico per ciascuno di noi e lo mantiene, anche se a questo non abbiamo corrisposto come avremmo dovuto. Nella sua misericordia, Egli vede ciò che ogni persona sarebbe se fosse sempre stata fedele alle grazie ricevute, vivendo al culmine della perfezione per la quale è stata creata.


Dio si aspetta che la nostra vocazione un giorno diventi realtà e Si avvalga di avvenimenti quotidiani per muoverci alla conversione. Così, anche se qualcuno si trova in uno stato di estrema infelicità, perché ha commesso una colpa grave – o, peggio ancora, perché ha abbracciato decisamente le vie del male – il Giudice Divino non Si affretta a punire il peccatore. Al contrario, rimane pazientemente in attesa del momento giusto per ricondurre il figliol prodigo alla casa paterna.


Inoltre, l’amore di Dio per gli uomini è così incondizionato che, di fronte al desiderio salvifico del Creatore, la nostra volontà viene relegata in secondo piano. Ben sintetizza questa realtà Santa Maravillas di Gesù nel suo famoso motto: “Si tú le dejas… – Se tu Lo lasci…”. Infatti, per percorrere le vie della virtù, dobbiamo, soprattutto, non frapporre ostacoli all’azione della grazia nelle nostre anime. La santità non è principalmente il risultato del nostro sforzo, ma di un’iniziativa d’amore di Dio.


Questa è la prospettiva nella quale dobbiamo considerare la Liturgia di oggi, per trarre un buon profitto dai suoi insegnamenti.


II – Gesù invita i Giudei alla conversione


1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici.


Poco tempo prima dell’episodio narrato in questo Vangelo, quando il popolo era riunito nel Tempio per l’offerta della Pasqua, alcuni galilei, insofferenti del dominio romano, approfittarono della grande affluenza di pellegrini per iniziare una rivoluzione contro l’autorità di Cesare.


Venuto a conoscenza di questo fatto, Pilato si adirò e ordinò di giustiziare i rivoltosi. Tuttavia, entrati i soldati nell’atrio del Tempio, oltre a questi promotori della rivolta, uccisero anche altri galilei che si trovavano lì per offrire i sacrifici prescritti, spargendo così sangue innocente. La notizia produsse un tumulto e alcune persone si precipitarono a raccontare quello che era successo a Gesù.3


A proposito del castigo temporale, allerta per la pena eterna


2 Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.


I latori di tale notizia immaginavano che, essendo un galileo, Gesù si fosse naturalmente schierato a favore dei compatrioti morti. Forse addirittura speravano che la brutalità della repressione portasse il Divino Maestro a pronunciarSi a favore del nazionalismo giudaico.


Il figliol prodigo

Ora, le riflessioni di Nostro Signore si situavano sempre ad un livello molto più elevato rispetto a quello delle dispute politiche. Nella sua risposta, Egli non Si compromette con gli aspetti concreti della questione, ma approfitta della circostanza per dare una lezione morale, così sintetizzata da Fillion: “Senza giudicare la procedura del governatore, né scendere sul terreno delle discussioni politiche, ricorda ai suoi ascoltatori che, siccome tutti hanno offeso Dio, sono tutti esposti ai colpi della giustizia divina, fino a che non si pentono e si convertono sinceramente”.4


Ci troviamo di fronte, ad un iniziale atteggiamento di Gesù da imitare: quando un fatto della vita quotidiana si presenta rivestito di particolare interesse, evitiamo di analizzarlo soltanto secondo gli aspetti terreni, e cerchiamo di elevarci al piano soprannaturale, così da valutarlo meglio.


D’altra parte, secondo Leal ed altri professori della Compagnia di Gesù, il tenore della risposta del Divino Maestro mirava a correggere un’idea errata comune tra i giudei di quel tempo, in base alla quale ogni dolore sarebbe un castigo.5 Tuttavia, insegna il Cardinale Gomá, solo il Signore “sa se esiste una relazione tra i peccati personali e le disgrazie capitate a qualcuno; gli esempi di Giobbe, di Epulone e Lazzaro smentiscono la teoria erronea e superstiziosa dei Giudei”.6


Sostenendo che quei galilei morti non erano più peccatori dei loro interlocutori, Gesù si serve di un espediente psicologico per metterli in guardia più vivamente sulla gravità intrinseca del peccato e delle pene corrispondenti. Perché, come ha detto Maldonado: “Gesù, aveva l’intenzione di mettere in guardia circa la pena eterna i suoi ascoltatori impressionati dalla narrazione di quel castigo temporale, come se avesse detto loro: […] non giudicate miserabili gli uomini che hanno sofferto questa morte corporale, ma coloro che soffriranno la morte dell’anima, e questo certamente cadrà su tutti voi, se non fate un’opportuna penitenza”.7


Un secondo caso messo in evidenza da Nostro Signore


4 “O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.


Poco dopo, Cristo si riferisce ad un’altra recente tragedia: il crollo della torre di Siloe, la quale uccise diciotto persone che si trovavano all’interno. Questa volta la disgrazia non era decorsa da un evento politico, ma da un episodio fortuito.


Anche su questo caso aleggiava il sospetto che si trattasse di un disastro avvenuto per castigare le vittime, perché, secondo il giudizio dei giudei di quel tempo, la morte accidentale capitava soltanto a chi avesse gravemente offeso Dio. “Una tale disgrazia sembrava mostrare la mano della Divina Provvidenza, come a voler punire i loro peccati”,8 commenta Maldonado.


Invece, qui ancora una volta, il Signore Gesù li corregge: quei diciotto non erano più peccatori degli altri giudei. E li avverte nuovamente sulla necessità di convertirsi.


Compimento delle profezie di Gesù


“Nel piano di Dio ci sono ore determinate per la realizzazione di castighi o disgrazie collettive”, 9 precisa padre Tuya.


Qualche decennio dopo l’episodio narrato in questo Vangelo, Gerusalemme fu assediata dalle truppe di Tito e gli abitanti della città cedettero esattamente come questi galilei nel Tempio, per mano dei Romani.


Sottolinea, a questo proposito, il Cardinale Gomá: “Il recinto stesso del Tempio, come narra Flavio Giuseppe, si riempì di cadaveri durante l’assedio di Gerusalemme, ‘allo stesso modo’, offrendo sacrifici”.10


Scrive Didon: “E’ probabile che i saggi di allora, i sadducei, piaggiatori del potere straniero e i farisei che credevano nel trionfo d’Israele, nell’orgoglio cieco della loro pietà senza virtù, sorridessero degli avvertimenti del Profeta; lo stesso popolo sempre più commosso dal presente che dal futuro lontano, non sembra essersi impressionato per questi.


“La profezia tuttavia non tardò a verificarsi: quaranta anni dopo, i soldati di Tito sgozzarono nel Tempio gli ultimi sostenitori esasperati dell’indipendenza nazionale; le case di Gerusalemme, incendiate, crollavano, come la torre di Siloe, sugli abitanti della città impenitente.


“Il pensiero di questo futuro terribile verso cui si precipita la nazione, non lascia mai il Profeta; Lo commuove e Lo rattrista, più di quello della propria morte; vorrebbe prevenirlo scuotendo le coscienze e aprendole alla voce di Dio. Se le coscienze comprendessero il dovere del momento, rinuncerebbero ai sogni terreni che le ingannano, accoglierebbero la Buona Novella del Regno, di Israele trasformato, lasciando i romani proseguire nella loro opera, diventerebbe il vero popolo spirituale di Dio. Mai fu offerto ad una nazione destino più sublime; mai si diede esempio di più incurabile cecità. Gesù invano cercava di disingannarla”.11


Così, nell’anno 70, secondo molti commentatori, si compirono entrambe le profezie contenute nel Vangelo di oggi. Lo storico ebreo Flavio Giuseppe, testimone oculare di quegli eventi, riferisce di scene drammatiche, come quella di una madre che, spinta dalla fame e dalla disperazione, soffocò il proprio figlio, per mangiarlo.12


III – La parabola del fico


Per poter meglio imprimere nelle anime dei suoi ascoltatori la necessità di una pronta penitenza, Gesù continua il suo insegnamento ricorrendo ad una parabola di facile comprensione, essendo il fico molto comune nella Palestina di quell’epoca. C’era l’abitudine di piantarlo nel mezzo dei vigneti e sia l’uva che i fichi secchi costituivano una parte importante dell’alimentazione delle popolazioni che vi abitavano.


Immagine di quelli che non cercano di fare opere buone


6 Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: ‘Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?’”


Il fico è solito dar frutti subito nel primo anno o, al più tardi, nel secondo. Ora, quello da tre anni non produceva niente. Non c’era, pertanto, necessità di attendere più a lungo per tagliarlo, perché una pianta sterile, oltre a occupare spazio nel frutteto, rovina inutilmente il suolo.


In realtà, l’albero della parabola simboleggia le persone che non si sforzano di fare opere buone, ma pretendono di vivere solo beneficiando delle grazie di Dio, senza cercare di far fruttificare questi doni. San Gregorio Magno afferma: “Chi non presenta frutti di buone opere, a seconda della sua posizione e condizione, occupa invano il terreno, come un albero sterile, perché impedisce ad altri di fare il bene nello stesso luogo da lui occupato. […] Infatti, occupa invano il terreno chi mette ostacoli alle anime degli altri; occupa invano il terreno, chi non si impegna ad agire secondo la posizione che occupa”.13


Qui troviamo un’altra applicazione per la nostra vita spirituale: a volte, segnali evidenti ci mostrano che Dio ci vuole in una determinata attività apostolica, per l’ampliamento del suo Regno. Malgrado ciò, non facciamo nulla. Incorriamo, così, in una mancanza per omissione. Frequentemente, questo tipo di mancanze passa inosservato nel nostro esame di coscienza perché, siamo troppo concentrati sui nostri interessi, non ci rendiamo nemmeno conto che pecchiamo quando non produciamo i frutti sperati dal Padrone della Vigna.


Ora, questo passaggio è un monito per noi: il padrone della vigna fece tagliare l’albero di fico sterile. Non succederà qualcosa di simile a qualcuno di noi?


Analogia col popolo eletto


8 “Ma quegli rispose: ‘Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9 e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai’’’.



Il fico era una pianta molto comune nella Palestina di quell’epoca

La situazione descritta in questi versetti viene applicata dai commentatori al Popolo Eletto. In questo senso, padre Tuya afferma: “Così è stato trattato Israele, istruendolo ripetutamente con ammonimenti e profeti; in seguito il Battista e, infine, Cristo con le sue dottrine e miracoli. Ma i capi di Israele non Lo riconobbero come il Messia”.14


Infatti, nell’Antico Testamento Dio ripetutamente esortò, questo “fico” a dar frutti, ma senza successo. Già molto vicino al tempo del raccolto, ha inviato il Precursore, come araldo della giustizia divina, avvertendo: “Fa dunque, degni frutti di penitenza. […] Già la scure è posta alla radice dell’albero. Ogni albero che non dà frutti sarà tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3, 8-9). Più tardi Egli stesso ha voluto fertilizzarla con il suo preziosissimo Sangue divino, che ha bagnato tutta la Terra.


Ma il “fico” rimase sterile. “Il Signore vi cercò i frutti di fede, ma esso non aveva nulla da dare”,15 sentenziò Sant’Efrem di Nisibe. Per questo, afferma San Cirillo d’Alessandria: “Dopo la crocifissione del Salvatore, gli israeliti furono condannati a cadere nelle miserie che meritavano. Gerusalemme sarebbe stata presa e i suoi abitanti uccisi dalla spada nemica; le loro case sarebbero state incendiate e perfino il Tempio di Dio sarebbe stato distrutto”.16

Non dimentichiamo, però, quello che con proprietà fanno notare gli professori della Compagnia di Gesù: “L’applicazione è estendibile all’uomo in generale, la storia ebraica sintetizza la Storia dell’umanità”.17


Cerchiamo quindi di trovare le debite analogie di questa parabola per la nostra vita spirituale. Infatti, come sottolinea un devoto autore: “Noi siamo questo fico, innestati in Gesù Cristo per mezzo del Battesimo, piantato nella sua Chiesa con la fede, attentamente coltivati […]. Cerchiamo di corrispondere a tutto questo, producendo i frutti che Egli ha il diritto di aspettarsi da noi?”.18


Simbolismo della figura del vignaiolo


Ci sono molti significati simbolici attribuiti dai commentatori alla figura del vignaiolo.


Teofilo afferma: “Dio Padre è il padrone della vigna; il vignaiolo è Gesù Cristo, che non permette di tagliare il fico sterile, come per dire al Padre: ‘Anche se non hanno dato i frutti di penitenza per mezzo della Legge e dei Profeti, Io li abbevererò con i miei tormenti e la mia dottrina, e forse produrranno frutti di obbedienza’”.19


Il Cardinale Gomá lo identifica con il nostro Angelo Custode, o con le persone suscitate da Dio per dirigerci, o persino con ognuno di noi, perché “ognuno ha cura della sua vigna”.20

San Gregorio Magno si domanda: “Cosa significa il vignaiolo, se non l’ordine dei prelati? Infatti questi, stando a capo della Chiesa, stanno certamente avendo cura della vigna del Signore”.21 Subito dopo attribuisce un inatteso simbolismo al lavoro del vignaiolo: “Che cosa vuol dire scavare intorno al fico, se non rimproverare le anime infruttifere? Infatti, ogni scavo è fatto sotto e siamo sicuri che il rimprovero, per essere fatto, umilia l’anima; pertanto, quando rimproveriamo a qualcuno il suo peccato, ci comportiamo come chi, per esigenze della coltura, scava intorno all’albero sterile”.22


“Allora lo taglierai!”


Profeta Abdia

Il passo del Vangelo termina bruscamente con parole di terribile minaccia: “Allora tu lo taglierai!”.


Non mancavano nell’Antico Testamento esempi di severi castighi per dare credibilità a questo avvertimento: al tempo di Noè, la terra fu sommersa dalle acque del diluvio (crf. Gen 7, 17-24); Sodoma e Gomorra furono distrutte dal fuoco (cfr. Gen 19, 24-25); le truppe del faraone morirono, annegate nel Mar Rosso (cfr. Es 14, 27-28). Dio è la Pazienza in sostanza, ma anche la Saggezza e la Giustizia, e sa come e quando intervenire.


Nel Nuovo Testamento, vedremo Gesù riprendere l’immagine di questa parabola quando, andando da Betania a Gerusalemme, tre giorni prima della sua morte, ebbe fame e Si diresse ad un fico situato lungo il percorso. Non trovandovi che foglie, gli disse: “Non produrrai mai più alcun frutto”. In quello stesso istante il fico seccò, lasciando stupiti i discepoli (cfr. Mt 21, 17-20). Come specificato in San Marco, esso seccò “fino alla radice” (Mc 11, 20).


Quest’albero sterile ben può rappresentare la storia di chi abusa della pazienza del Creatore, fino al momento, sconosciuto dagli uomini, in cui la sua misura sarà al colmo..


IV – Quello che Dio si aspetta da noi


Dio è Magnanimo verso di noi, come dice Pietro: “usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (II Pt 3, 9). Egli dà tempo in abbondanza alla terra perché sia fecondata e abbeverata, ossia perché le persone si convertano.


Tuttavia, gli effetti terribili della Giustizia divina, presentati dalla Liturgia di questa 3ª Domenica di Quaresima, ci invitano ad esaminare a fondo la nostra coscienza, per sapere se stiamo compiendo il nostro dovere di cristiani, che abbiamo assunto nel Battesimo. L’invito alla conversione presentato da questo passo significa muoversi verso la perfezione, escludendo qualsiasi inclinazione al peccato, perché il bene non può che nascere da una causa integra.23


Siamo dunque consapevoli della necessità di una continua ed autentica conversione, visto che la ricerca di Dio richiede all’uomo tutto l’impegno della sua intelligenza e la rettitudine della sua volontà di corrispondere alla grazia, senza la quale non possiamo fare nulla.


E se, sfortunatamente, siamo incorsi in molte mancanze, non dimentichiamoci che la Madonna ed il nostro Angelo Custode pregano sempre per noi, affinché Dio ci conceda un’altra opportunità. Lo stesso fanno i beati, come afferma Sant’Agostino, commentando questa parabola: “Tutti i santi sono come vignaioli che intercedono per i peccatori davanti al Signore”.24


Questa Liturgia – che ci mette in guardia con tanta serietà, ma anche ci incoraggia ad avere una fiducia incrollabile nella misericordia di Dio – è in grado di condurci, come abbiamo detto, ad un accurato esame di coscienza. Approfittiamo, allora, di quest’oggi per chiedere la grazia di rompere completamente con il male. Quello che Gesù si aspettava fino a reclamarlo dal suo popolo, come appare nel Vangelo di oggi, è esattamente quello che Egli vuole da ciascuno di noi, in questo tempo di Quaresima. Ossia una grande virtù di penitenza e di spirito di contrizione, necessari a tutti quelli che non hanno vissuto una perfetta innocenza.


Questo dolore dei propri peccati, quando sfocia in una contrizione perfetta, produce frutti belli e abbondanti, come la piena remissione delle nostre colpe e delle stesse pene temporali, e anche un considerevole aumento della grazia santificante che fa avanzare rapidamente l’anima sulla via della santificazione. Oltre alla grande pace interiore, questa contrizione manterrà l’anima in uno stato di umiltà, purificandola e aiutandola a mortificare i suoi disordinati istinti. In ciò si trova un ottimo mezzo per acquisire forza contro le tentazioni e garantire la perseveranza nella fedeltà ai Comandamenti.


Non ci smuoverà l’anima l’esempio così clamoroso del rifiuto di quel popolo di fronte al termine che gli dà il Salvatore per il suo pentimento e conversione? Reagiremo allo stesso modo o imploreremo, per mezzo di Maria, quel vero dono di Dio che è la perfetta contrizione?


Ecco ciò che riguardo al rifiuto peccaminoso del popolo eletto commenta Didon: “Il frutto che Dio si aspettava e reclamava al suo popolo eletto era la penitenza e la fede; la penitenza che piange le infedeltà e le colpe, la fede che accetta la parola di vita e dà accesso al Regno messianico.


“Dalla prima ora della sua vita pubblica, Gesù non cessa di ricordare questi grandi doveri. Ma salvo alcuni eletti, nessuno risponde; invece di battersi il petto, i capi religiosi parlano solamente della loro giustizia; invece di credere all’Inviato, lo combattono, lo perseguitano, lo diffamano, gli si rivoltano contro e lo anatemizzano. Il castigo di Dio si avvicina, pronto ad esplodere, se l’Inviato disconosciuto non sospende la sua esplosione; questa razza cieca a malapena lo immagina, si culla in illusioni fatali che la parola di Gesù non riesce a dissipare, dorme nelle promesse di Dio, senza pensare che il suo indurimento rende sterili queste promesse e provoca la collera celeste. I miracoli non possono di più che la parola. Partono dalla folla alcune grida di ammirazione, ma scandalizzano la classe dirigente che non cessa di opporre al Profeta le vane osservanze del loro culto”.25


Ancora una volta, possiamo chiederci: Noi reagiremo allo stesso modo o trarremo il massimo vantaggio, non solo da questa Liturgia, ma da tutta la Quaresima?


1) Cfr. SAN TOMMASO DAQUINO. Somma Teologica. I, q.8, a.1. 

2) CCE 30.


3) Diversi commentatori antichi, tra i quali San Cirillo, 
identificano questo episodio con la rivolta di Giuda Galileo, 
narrata dallo stesso San Luca in At 5, 37 (cfr. SAN CIRILLO, 
apud SAN TOMMASO DAQUINO. Catena Aurea, c.XIII, v.1-5). Invece, 
autori più recenti, come Louis-Claude Fillion e i professori della 
Compagnia di Gesù, ritengono che si tratti di un fatto differente, 
avvenuto poco prima dell’episodio qui narrato (cfr. FILLION, 
Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. 
Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.387; LEAL, SJ, Juan; DEL PÁRAMO, SJ, 
Severiano; ALONSO, SJ, José. La Sagrada Escritura. Evangelios. 
Madrid: BAC, 1961, v.I, p.696).


4) FILLION, op. cit., p.387.


5) Cfr. LEAL; DEL PÁRAMO; ALONSO, op. cit., p.696.

 6) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. 
Año tercero de la vida pública de Jesús. Madrid: 
Rafael Casulleras, 1930, v.III, p.244.

 7) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. 
Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, v.II, p.616.


8) Idem, p.617.

 9) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. 
Madrid: BAC, 1964, v.V, p.857. 

10) GOMÁ Y TOMÁS, op. cit., p.244.


11) DIDON. Jesus Christo. Porto: Chardron, 1895, v.II, p.320.

 12) Cfr. FLAVIO GIUSEPPE. La conquista de Jerusalén por los romanos. 
In: RIQUER, Martín de. Reportaje de la Historia. Barcelona: 
Planeta, 1968, v.I, p.131132. (Troviamo racconti sommiglianti 
nelle pagine 111 a 136)


13) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.11, 
n.2. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.693-694.


14) TUYA, op. cit., p.857. 

15) SANTEFREM SIRO. Comentario al Diatessaron, 14, 26-27, 
apud ODEN, Thomas C.; JUST, Arthur A. La Biblia comentada 
por los Padres de la Iglesia. Evangelio según San Lucas. 
Madrid: Ciudad Nueva, 2000, v.III, p.310. 

16) SAN CIRILLO DI ALESSANDRIA. Comentario al Evangelio de Lucas,
 92, 12, apud ODEN; JUST, op. cit., p.310. 

17) LEAL; DEL PÁRAMO; ALONSO, op. cit., p.697.


18) DUQUESNE. L’Évangile médité. Lyon-Paris: Perisse Frères, 
1843, p.552. 

19) TEÓFILO, apud SAN TOMMASO DAQUINO, Catena Aurea. In Lucam, 
c.XXI, v.6-9.

 20) GOMÁ Y TOMÁS, op. cit., p.245.

 21) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.3, p.693. 

22) Idem, n.5, p.694.


23) Cfr. SAN TOMMASO DAQUINO. Somma Teologica. I-II, 
q.18, a.4, ad 3. 

24) SANTAGOSTINO. Sermo CX, n.1. In: Obras. 2.ed. 
Madrid: BAC, 1965, v.X, p.404-405.


25) DIDON, op. cit., p.321-322.
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