XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – (Anno A)


Il re manda il servo a chiamare gli invitati

Vangelo


In quel tempo, 1 Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: 2 “Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: ‘Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze’. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: ‘Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, 12 gli disse: ‘Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?’ Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: ‘Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti’. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22, 1-14).


Un invito fatto a tutti


L’invito a commemorare le nozze della Seconda Persona della Santissima Trinità con la natura umana è fatto a tutte le generazioni lungo la Storia. Come si manifesta ai nostri giorni?


I – La prossimità del Regno di Dio


Con divina semplicità i Vangeli narrano avvenimenti di incomparabile trascendenza, come l’incarnazione del Verbo, gli innumerevoli e stupendi miracoli di Gesù, le sue mirabili predicazioni fino alla sua dolorosa Passione e Morte, seguite dalla Resurrezione e Ascensione al Cielo.


Di fronte a tali manifestazioni del soprannaturale, anche gli uomini più increduli comprendevano di star vivendo giorni eccezionali. La generazione che ebbe la ventura di convivere con il Divino Maestro e di essere testimone di fatti così straordinari, era in attesa di presenziare ancora a qualcosa di assolutamente raro. La morte di Gesù non poteva rappresentare la fine di quanto era accaduto allora. Le grandi conversioni dopo la discesa dello Spirito Santo, le predicazioni degli Apostoli, i miracoli operati da San Pietro invocando il nome di Gesù, alimentavano ancor più questa aspettativa. La Chiesa nascente viveva così in un clima di prossimità della parusia, al punto che San Paolo ha bisogno di correggere il traviamento dei tessalonicesi, che dimostravano una colpevole indifferenza di fronte ai doveri dell’ora presente, con il pretesto che fosse inutile il loro compimento (cfr. II Te 2).


Sono trascorsi duemila anni e la seconda venuta di Cristo, considerata imminente dai primi cristiani, ancora non si è realizzata. Però, questa viva speranza ha alimentato in loro la fede e il fervore, contribuendo alla loro perseveranza nelle ardue condizioni affrontate dalla Chiesa primitiva. Sebbene non possa essere inteso in un senso meramente cronologico, l’ammonimento del Divino Maestro: “Convertitevi, poiché il Regno dei Cieli è vicino” (Mt 4, 17), e il conseguente invito alla conversione compongono il contenuto centrale del Vangelo, come afferma Papa Benedetto XVI: “Il centro di questa comunicazione è l’annuncio della vicinanza del Regno di Dio. Questo annuncio infatti rappresenta il centro della parola e dell’attività di Gesù”.1


II – Il banchetto di nozze e il vestito della festa


In quel tempo, 1 Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:


Il passo di San Matteo proclamato questa domenica comincia col sottolineare che Gesù “riprese a parlar in parabole”. Parabola è un termine di origine greca – Παραβολή – che etimologicamente significa porre a lato. Esso indica un genere letterario nel quale si pone a lato della verità un’immagine che la rende più viva e percettibile. Ora, a questa caratteristica le parabole bibliche aggiungono un secondo elemento: l’espressione enigmatica del pensiero. Esse sono “un velo che occulta la profondità del mistero a coloro che non possono, o non vogliono, penetrare in esso interamente”.2


Cristo Si è servito molte volte di questo mezzo nel suo ministero pubblico. La dottrina della Buona Novella era molto esigente e richiedeva la perfezione morale dell’uomo. Siccome si opponeva frequentemente ai principi vigenti, molte volte incompleti o deformati, posto il caso che Nostro Signore la insegnasse usando un linguaggio diretto, senza che le anime fossero preparate ad ascoltarla, avrebbe potuto provocare un completo rifiuto subito fin dall’inizio, pregiudicando gravemente il successo della sua predicazione. Per questo, a proposito di fatti comuni, comprensibili a tutti, Egli suggeriva riflessioni e poneva problemi di coscienza per mezzo di analogie, invitando le persone in modo molto soave e pedagogico al cambiamento di mentalità e di vita.


In questa occasione, il Divino Maestro Si rivolge ai sommi sacerdoti e anziani del popolo che, avendo udito la parabola dei vignaioli assassini, immediatamente precedente, compresero che Gesù parlava di loro e, presi dall’odio, cercavano di catturarLo (cfr. Mt 21, 45).


Nostro Signore discute con i sommi sacerdoti

Dio invita il genere umano alla visione beatifica


2 “Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”.


L’esegesi tradizionale ha sempre interpretato la figura del re come Dio Padre stesso, il quale commemora con un banchetto l’unione del Figlio con l’umanità, nella Persona di Cristo. Come ben sintetizza San Gregorio Magno, “Dio Padre ha realizzato le nozze di suo Figlio, quando Lo unì alla natura umana nel seno della Vergine, quando ha voluto che Colui che nell’eternità era Dio, Si facesse Uomo nel tempo”.3 Da queste nozze nacque il popolo eletto della Nuova Alleanza, con cui tutto il genere umano è invitato alla visione beatifica nella vita futura, mistero di comunione beata con Dio che supera ogni comprensione e ogni immaginazione.


3 “Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire”.


Ad un così raffinato banchetto spirituale, Dio Padre fa invitare, in primo luogo, il popolo eletto dell’Antico Testamento, che dovrebbe avere la sua continuazione nel popolo di Dio riunito nel seno della Chiesa Cattolica, pienezza della sinagoga. È interessante il commento di Fillion su chi erano i servi inviati dal re. Secondo l’esegeta francese, questo invito fu fatto “in accordo con il costume dei popoli orientali che, indipendentemente dal primo invito, non smettono di prevenire ancora una volta gli invitati, poco tempo prima del banchetto. È così che Dio, dopo aver invitato i giudei, per mezzo dei Profeti, a prepararsi per il Regno messianico, ricordò loro per mezzo del Precursore, poi per mezzo dello stesso Gesù Cristo e dei suoi discepoli, che era vicino il momento di entrare nella sala del banchetto”.4


Conviene notare infine, in questo versetto, che è stato il re a far chiamare gli invitati, cosa che conferisce all’invito la forza di un ordine. Avendo in quei tempi il sovrano un potere assoluto sui suoi sudditi, una convocazione di questa natura, oltre che molto onorevole, comportava l’obbligo di comparire.


Rifiuto altero e criminoso degli invitati


4 “Di nuovo mandò altri servi a dire: ‘Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze’. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari;…”


Di fronte alla prima negazione, il re non si irrita, ma insiste paternamente, inviando altri servi, ossia, coloro che già avevano aderito alla predicazione del Salvatore al punto di mettersi al suo servizio e diffondere la Buona Novella. Troviamo di nuovo qui l’immagine di Dio Padre, che risponde al rifiuto degli invitati con maggiori dimostrazioni d’amore. Questi, però, invece di lasciarsi attrarre dalla bontà del re, “non se ne curarono”. In maniera indegna, altera e rozza, rifiutarono l’invito formulato con tanta cortesia per un banchetto regalmente preparato. Mossi dall’egoismo, andarono ad occuparsi dei loro interessi personali. “Preferirono vivere non preoccupandosi del Regno messianico, gli uni dedicandosi ai loro piaceri, e gli altri, assorti negli affari terreni”.5


Il campo e gli affari rappresentano qui le preoccupazioni della vita concreta che tante volte concentrano l’attenzione dell’uomo e lo schiavizzano. Come insegna Sant’Agostino,6 ci sono solo due amori: l’amore di Dio portato fino all’oblio di se stessi o l’amore di sé portato fino all’oblio di Dio. Non esiste una terza opzione.


6 “…altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”.


L’ingratitudine di alcuni è arrivata all’estremo di uccidere gli emissari del re. Erano Santo Stefano, San Giacomo il Maggiore, San Giacomo il Minore e tutte le altre vittime delle terribili persecuzioni narrate negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di San Paolo, ma anche i martiri di tutti i tempi, ossia, tanti altri testimoni della Fede che saranno perseguitati e uccisi nel corso dei secoli da coloro che non hanno voluto accettare la predicazione della Buona Novella.


L’odio gratuito di questi invitati non mirava solo, né principalmente, alle persone degli emissari, ma piuttosto al re, che questi rappresentavano.


Indignazione divina di fronte all’ingratitudine


7 “Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”.


Per ben intendere questa frase, è indispensabile aver presente che in quel tempo i re avevano diritto di vita e di morte sui loro sudditi. Questo atteggiamento, pertanto, era considerato normale per chi ascoltava Gesù.


Chiarito ciò, risulta evidente il significato del versetto: l’indignazione del re è immagine della reazione di Dio quando vede come gli uomini si ostinino a rifiutare i materni inviti della grazia, nel corso della Storia.


Martirio di Santo Stefano

Un secondo invito, esteso a tutti


8 “Poi disse ai suoi servi: ‘Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni’;…”


“Il banchetto nuziale è pronto”. Spiega San Remigio: “Cioè, è già ultimato e concluso tutto il Sacramento riguardo la Redenzione degli uomini. ‘Ma gli invitati, ossia, i Giudei, non ne erano degni’, perché non conoscendo la giustizia di Dio e volendo dar preferenza alla loro, si considerarono indegni della vita eterna”.7 Così, commenta il padre Antonio Orbe: “Israele, antico popolo eletto di Dio, cede posto al nuovo lignaggio, acquisito da Cristo, col suo Sangue”.8


9 “‘…andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’.10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali”.


Il Creatore chiama tutti in varie forme, secondo i suoi misteriosi disegni. Dopo esserSi rivolto al Popolo Eletto per mezzo di patriarchi e profeti, Dio invia il proprio Figlio a manifestarSi a tutti gli uomini, e Questi, in un’auge d’amore, muore in Croce per i peccatori. Così, all’Antica Legge succede la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, madre e maestra della Verità, per condurre l’umanità al supremo banchetto nell’eternità.


“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20). Compiendo questo mandato, fu la Chiesa nel corso dei secoli ad invitare successivamente al divino banchetto tutti i popoli, buoni e cattivi – ossia, “coloro che nel paganesimo conducevano una vita onesta, seguendo i dettami della legge naturale e quelli che vivevano dediti alle loro passioni”9 –, dando loro l’opportunità di conoscere la verità e aderirvi. È la meravigliosa storia dell’espansione della Santa Chiesa nel mondo.


Il vestito della festa rappresenta lo stato di grazia


11 “Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,…”


Come si può vedere in questo versetto, la parabola mostra certe situazioni irreali il cui obiettivo è far sì che gli ascoltatori riflettano. Da un lato, non è plausibile immaginare un re che assuma un simile atteggiamento; dall’altro, non esisteva in quell’epoca un abito specifico per partecipare a una festa di nozze.


Festa di nozze

Ma, questa scena esprime una chiarissima allegoria del Giudizio, poiché il re ordina di far legare i piedi e le mani di questo invitato e gettarlo alle tenebre esterne, dove “sarà pianto e stridore di denti”. Ora, che cosa significa questo “abito nuziale”? L’interpretazione degli esegeti e teologi coincide nell’identificarlo con lo stato di grazia, nel quale deve trovarsi l’anima per entrare nel Regno dei Cieli. Secondo Sant’Ilario, egli rappresenta “la grazia dello Spirito Santo e il candore dell’abito celestiale che, una volta ricevuto dalla confessione della Fede, deve esser conservato pulito e integro fino all’entrata nel Regno dei Cieli”.10 Per San Girolamo simbolizza “la Legge di Dio e le azioni praticate in virtù della Legge e del Vangelo, che costituiscono l’abito dell’uomo nuovo. Se nel giorno del Giudizio uno si trova col nome di cristiano ma ne sarà sprovvisto dell’abito nuziale, cioè, l’abito dell’uomo celestiale, immediatamente sarà preso e domandato: ‘Amico, come sei potuto entrare qui?’”.11


12a “…gli disse: ‘Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?’”


Richiama l’attenzione la formula usata dal re. Infatti, mentre il tono della domanda dimostra una censura a quell’invitato, il re comincia a chiamarlo “amico”.


San Girolamo ci dà questa spiegazione: “Lo chiama ‘amico’ perché era stato invitato alle nozze, ma lo riprende per il suo azzardo ad entrare così nella festa, sporcandola con il suo abbigliamento sudicio”.12 Ossia, il fatto di stare nella sala del banchetto indica che si tratta di una persona che ha il segno del Battesimo, ma non corrisponde alla grazia del richiamo divino. “Entra alle nozze senza le vesti nuziali colui che crede nella Chiesa, ma non ha la carità”,13 insegna San Gregorio Magno. Conviene chiarire, come fa Maldonado, che “tutto questo accade nel giorno del Giudizio, quando Dio espelle dal banchetto – cioè, dal Regno dei Cieli – quelli che hanno la fede, ma senza le opere; ovviamente, essi non stavano in Cielo, ma, stando nella Chiesa, si trovavano virtualmente nel Cielo e, se avessero avuto buone opere, sarebbero passati dalla Chiesa al Cielo”.14


Infatti, appartenere alla Chiesa non è garanzia automatica di salvezza. Anche tra i buoni, a volte si insinuano alcuni cattivi che rifiutano il vero banchetto, come è avvenuto con Giuda tra gli Apostoli e con le eresie nate in seno alla stessa Chiesa, già nelle catacombe. È la contingenza di questa valle di lacrime, nella quale gli uomini si trovano in via, in stato di prova. “Così, i buoni non sono soli, se non in Cielo; neppure i cattivi non sono più soli, se non nell’inferno. Ma questa vita che si trova tra il Cielo e l’inferno, stando in mezzo ad entrambi, riceve indistintamente cittadini di entrambi i lati; la Santa Chiesa li riceve ora indistintamente, ma li separa nell’ora di andare. […] Così, dunque, nella Chiesa Cattolica nemmeno i cattivi possono stare senza i buoni, né questi senza quelli”,15 spiega San Gregorio Magno.


Implacabilità della propria coscienza del peccatore


12b “Ed egli ammutolì”.


“Ed egli ammutolì”, perché il Giudizio di Dio è giustissimo e inappellabile. Chiede, a questo proposito, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: “Cosa risponderà il peccatore in presenza di Gesù Cristo? O meglio, cosa potrà rispondere vedendosi colpevole di tanti crimini? Se ne starà zitto, confuso, come se ne stava zitto l’uomo a cui si riferisce il Vangelo di San Matteo, trovato senza l’abito di nozze: ‘Egli non aprì bocca’. I suoi stessi peccati gli tapparono la bocca […]. Concludiamo, pertanto, con piena ragione, che l’anima rea di peccato, andandosene dalla vita e prima di ascoltare la sentenza, si condanna essa stessa all’inferno”.16 Infatti, ci insegna la Dottrina Cattolica che nell’ora del Giudizio particolare la stessa coscienza accusa la persona: “È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica da sè, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore”.17


La sentenza di Dio è una conferma del giudizio compiuto dalla stessa coscienza. Nelle sue predicazioni riguardanti il giorno del Giudizio, Sant’Antonio Maria Claret commenta: “Compariranno davanti al reo peccatore tutti i suoi peccati, provandogli e convincendolo che sono stati di fatto commessi da lui, e confondendolo con questa conoscenza. […] Ogni peccato commesso si mostrerà lì come in una tela, con tutta la sua gravità e le sue circostanze, non in maniera confusa, ma con tutta la chiarezza […]. Oh! coscienza, coscienza! Chi non trema davanti alla tua spaventosa accusa?”.18


13 “Allora il re ordinò ai servi: ‘Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti’”.


Traspaiono ancor più, in questo passo del Vangelo, la maestosa grandezza e l’implacabile giustizia divina. L’uomo che era senza veste nuziale è gettato fuori nelle tenebre, simbolo, secondo un’espressione di San Gregorio Magno, della “notte eterna della condanna”.19


Nell’ora in cui il Re entrerà nel banchetto – ossia, nell’ora del Giudizio –, chi sarà in stato di peccato mortale sarà gettato nel fuoco dell’inferno, con le mani e i piedi legati; e lì ci sarà pianto e stridore di denti per tutta l’eternità.




Non tutti accettano l’invito


14 “Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”.


Tutti sono chiamati a far parte del banchetto spirituale e ricevere il Re eterno con la veste propria della festa nuziale. Infatti “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (I Tm 2, 4), insegna l’Apostolo. Ma, pochi sono quelli scelti. Nostro Signore morì in Croce per aprire a tutti gli uomini le porte del Regno dei Cieli. Purtroppo, non tutti accettano l’invito.


III – Speranza nel Regno di Maria




Il richiamo fatto da Gesù in questa ricca parabola continua ad echeggiare oggi per i buoni e per i cattivi, acclamando ad un atteggiamento di rettitudine e vigilanza. Ma, mai potremo stare con l’anima interamente pronta nell’aspettativa della grande festa data senza che noi pratichiamo la virtù teologale della Speranza, così importante quanto quelle della Carità e della fede.


Nasciamo per l’eternità e dobbiamo tenere gli occhi fissi su quest’ultimo obiettivo che è il Cielo. L’uomo però vive nel tempo. Dio, allora, per alimentare la nostra speranza in questa vita, ci colloca di fronte a prospettive più o meno vicine, che rimandano poi all’eternità. Infatti, oggi la Provvidenza vuole che viviamo in funzione della speranza del banchetto al quale Dio attrae insistentemente l’umanità: il trionfo del Cuore Immacolato di Maria predetto a Fatima.


Come sarà possibile trasformare il nostro attuale periodo storico, così lontano da Dio, nello splendore del Regno di Maria in cui, secondo il grande San Luigi Maria Grignion de Montfort, “le anime respireranno Maria come il corpo respira l’aria”?20 Senza dubbio, con la preghiera e con la penitenza, richieste così tante volte dalla Madonna, si dovrà operare un vero cambiamento nei cuori. Ma, non dobbiamo immaginare che un tale rinnovamento si possa effettuare con un atto istantaneo, quanto progressivo, per cui, sia le anime innocenti, sia quelle che ricevono, per una grazia speciale, la restaurazione dell’innocenza perduta, vanno a poco a poco a costituire una nuova Era.


Così come in occasione della festa del matrimonio del Figlio di Dio con l’umanità, relativamente al banchetto del Regno di Maria non possiamo addurre alle occupazioni che ci legano al mondo, e molto meno aggredire chi ce lo annuncia, in questo caso, la stessa Santissima Vergine, che a Fatima ci ha chiamati a seguire la sua via. Dobbiamo accettare questa sollecitazione la quale, più che un semplice invito, è un’imposizione, perché viene da Uno infinitamente superiore a qualsiasi re dell’Antichità, lo stesso Dio.


Stiamo sempre attenti alla Parola di Dio che ci invita al banchetto e prestiamo ascolto alla voce della coscienza che ci ammonisce interiormente, affinché non macchiamo la bella veste nuziale della vita della grazia, per poter entrare nel banchetto eterno della visione beatifica dove, insieme con Maria Santissima, lo stesso Dio sarà la nostra ricompensa molto grande (cfr. Gen 15, 1).


1) BENEDETTO XVI. Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione. Milano: Rizzoli, 2007, p.70.


2) SESBOÜÉ, Daniel. Parábola. In: LÉON-DUFOUR, SJ, Xavier (Org.). Vocabulario de Teología Bíblica. Barcelona: Herder, 1965, p.570. Vedere anche: SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica III, q.42, a.3.


3) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.18, n.3. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.749-750.


4) FILLION, Louis-Claude. La Sainte Bible commentée. Paris: Letouzey et Ané, 1912, t.VII, p.143-144.


5) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Pasión y Muerte. Resurrección y vida gloriosa de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.IV, p.47.


6) Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIV, c.28. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, v.XVI-XVII, p.984.


7) SAN REMIGIO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XXII, v.1-14.


8) ORBE, SJ, Antonio. Parábolas evangélicas en San Ireneo. Madrid: BAC, 1972, v.II, p.282.


9) GOMÁ Y TOMÁS, op. cit., p.48.


10) SANT’ILARIO DI POITIERS. Commentarius in Evangelium Matthæi. C.XXII, n.7: ML 9, 780.


11) SAN GIROLAMO. Comentario a Mateo. L.III (16,13-22,40), c.22, n.51. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.307.


12) Idem, p.307.


13) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.9, p.754.


14) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, p.765-766


15) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.7, p.752-753.


16) SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGORIO. Sermones abreviados para todas las dominicas del año. P.I, S.III, serm.22. In: Obras Ascéticas. Madrid: BAC, 1954, t.II, p.648-649.


17) CCE 679.


18) SANT’ANTONIO MARIA CLARET. Sermones de Misión. Barcelona: L. Religiosa, 1864, v.II, p.47.


19) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.13, p.757.


20) SAN LUIGI MARIA GRIGNION DE MONTFORT. Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge, n.217. In: Œuvres Complètes. Paris: Du Seuil, 1966, p.634.

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