XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A


La parabola degli operai della vigna

Vangelo


In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 1 “Il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ 7 Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” (Mt 20, 1-16).


Il verme roditore dell’invidia


Veleno che corrode le anime, l’invidia è ancora peggiore quando si rivolta contro i favori spirituali concessi da Dio al prossimo. A questo vizio morale si dà il nome di invidia della grazia altrui.


Non rare volte, il passo del Vangelo da commentare acquista in prospettiva quando viene situato nel suo contesto di tempo e luogo, osservando il comportamento del pubblico e le ripercussioni psicologiche dei protagonisti.


L’ambiente nel quale Gesù espose la parabola


La parabola dei lavoratori della vigna fu proferita dal Divino Maestro nel suo ultimo viaggio, di ritorno a Gerusalemme. Era un momento cruciale. Raggiunto l’apice dei Suoi miracoli, prova inequivocabile della sua divinità, Gesù aveva resuscitato Lazzaro e, per ragioni di prudenza – prevedendo le reazioni irate dei suoi nemici –, aveva deciso di andarsene da Gerusalemme. Passato del tempo, riprese il cammino verso la Città Santa, dove sarebbe entrato solennemente la Domenica delle Palme. Ed è in quest’ultimo tragitto che Lo incontriamo. In quell’epoca, molto anteriore a Gutenberg, non esisteva Antônio evidentemente la stampa, e meno ancora si poteva pensare alla radio, televisione e internet. Abituati a tutti questi mezzi di comunicazione, facciamo fatica ad immaginare come le notizie potessero diffondersi. In verità, sebbene fossero trasmesse da bocca a orecchio, non per questo era lenta la loro divulgazione, soprattutto se rivestite di un carattere spettacolare. Così, per esempio, le novità sull’intensa attività di San Giovanni Battista, la cui attuazione aveva di poco preceduto quella di Gesù, erano corse per tutto il paese e anche oltre frontiera, causando grande mormorio tra il popolo e profonda preoccupazione nel Sinedrio. Era stato solo l’inizio. Dai giorni in cui il Precursore aveva battezzato i suoi primi penitenti, Israele non aveva più smesso di essere assalita da una crescente ondata di avvenimenti inusitati e sconvolgenti. E questa successione di fatti sarebbe culminata nella resurrezione di una persona morta da quattro giorni.


Grappoli d’uva

Tuttavia, più che i miracoli – perfino più di questi –, erano sorprendenti gli insegnamenti del Divino Maestro. Le sue parole cadevano come una pioggia rinfrescante in una terra assetata, com’era il mondo di allora, incluso il popolo eletto. Ci troviamo qui in una prospettiva psicologica piena di curiosità e inquietudine, che portava le persone a interessarsi fin nei minimi dettagli dei sermoni di Gesù di Nazareth. Di qui il grande numero di coloro che si riunivano intorno a Lui, al punto che gli evangelisti parlavano a volte di grande moltitudine, come avvenne nella traversata del Giordano (cfr. Mt 19, 1-2), al tempo del ritorno dalla Galilea alla Giudea. D’altra parte, la dottrina di Gesù e i suoi movimenti erano motivo di grande inquietudine per scribi, farisei e dottori della Legge. La progressiva fama del Divino Maestro li aveva portati a presentarGli questioni apparentemente insolubili e sempre più capziose, ma l’unico risultato dei loro attacchi era darGli l’opportunità di esporre i Suoi divini insegnamenti, che costituiscono il fondamento della dottrina cattolica. E l’insegnamento di una dottrina nuova creava il clima per la spiegazione di un’altra, in una concatenazione naturale straordinaria.


Dottrine concatenate


Questo lo vediamo verificarsi nel suddetto viaggio di ritorno a Gerusalemme, antecedente alla Domenica delle Palme. In quest’occasione avviene il pronunciamento di Nostro Signore sulla indissolubilità del vincolo matrimoniale e la bellezza della verginità (cfr. Mt 19, 3-12). Con ciò, veniva creato l’ambiente favorevole perché Gesù chiamasse tutti a far parte della sua futura Chiesa.


Seguendo il racconto evangelico, ci imbattiamo nell’incontro di Gesù con i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a Me, perché di questi è il Regno dei Cieli” (Mt 19, 14). Subito dopo, Nostro Signore dice che il primo nel Regno dei Cieli sarà colui che diventerà come un bambino, indicando la necessità che gli uomini siano simili ai bambini per entrare nel Regno dei Cieli.


Segue l’episodio del giovane ricco, attraverso il quale, diventa chiaro a tutta la Storia, uno dei maggiori ostacoli per l’adesione piena e totale alla Chiesa: l’attaccamento ai beni di questo mondo (cfr. Mt 19, 16-22). È stato l’insegnamento di Gesù, originato dal rifiuto del giovane di rispondere alla chiamata del Maestro, che ha provocato un intervento di Pietro. Per il suo carattere estremamente comunicativo, egli non resistette a chiedere: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e Ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” (Mt 19, 27). Dalla risposta a questa domanda, vediamo come Gesù stesse preparando l’opinione pubblica a ricevere la sua chiamata. Lui rispose con divina chiarezza: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29). Come il “cento volte tanto” si riferisce alla vita presente, la frase di Nostro Signore ci conduce alla facile conclusione che ci sono promessi due premi differenti: uno sulla Terra, l’altro nell’eternità. Si tratta di un grande incoraggiamento a tutti i seguaci di Cristo, che li aiuta a rimanere incrollabili nella via da percorrere.



Incisione della parabola degli operai della vigna

Precisamente in questo punto del Vangelo inizia la parabola dei lavoratori della vigna, con la quale Gesù fa una specie di passo ulteriore nella fase di istruzione dei suoi seguaci, inclusi quelli futuri.


L’immagine della vigna


In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 1 “Il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna”.


Al contrario di quanto in genere si suppone, la regione nella quale oggi sono inclusi la Palestina e l’Israele era, al tempo di Nostro Signore, alquanto fertile. Il panorama molte volte arido e desolante dei nostri giorni è il risultato di duemila anni di lotte e distruzioni. Ma a quei tempi, di fatto, era un paese dove, oltre a scorrere latte e miele (cfr. Nm 13, 27) e produrre ottimo olio di oliva, si coltivavano eccellenti vigneti, come attestano le Sacre Scritture (cfr. Nm 13, 23-24), certamente segno della benedizione di Dio.


Nel lavoro della vigna, si utilizzavano due periodi dell’anno: l’inizio della primavera e l’autunno. Il primo per renderla pronta alla fioritura e l’altro per la raccolta. Per tutte e due le occasioni c’era bisogno di un buon numero di lavoratori stagionali poiché pochi erano permanenti. Per questo vediamo, nella parabola in questione, il padre di famiglia andare in cerca degli operai, offrendo lavoro agli uni per necessità e agli altri per il puro desiderio di offrire loro un mezzo per guadagnare qualcosa.


3 “Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ 7 Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno”.


Le ore di lavoro erano divise in quattro parti da Sole a Sole, ossia, di tre in tre ore, dalle sei del mattino alle sei del pomeriggio. Tuttavia, nella parabola dei vignaioli, gli ultimi lavorarono solo dalle cinque alle sei del pomeriggio, costituendo un quinto gruppo. Il salario, com’è ovvio, era quello pattuito.


La spiegazione


11 “Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’”


Una buona spiegazione di questa parabola, data con la chiarezza, concisione e obiettività proprie dello stile francese, è opera del noto esegeta Louis Claude Fillion.1 Secondo lui, vari sono i commentatori dei Vangeli, tutti concordi sul fatto che, nelle parabole, vi sono circostanze la cui funzione è solo di ornamento. Nel caso presente, molti commentatori esitano nell’analisi, forzando l’interpretazione di ogni dettaglio. Avendo presente questo, Fillion cerca di indicare l’idea dominante nella parabola: “Sembra che Dio, nei panni del proprietario ricco, compia fedelmente le sue promesse verso coloro che Lo servono, e a tutti dia, senza eccezione, in qualsiasi momento della vita in cui abbiano cominciato il loro lavoro, una giusta ricompensa di tutte le loro fatiche”.2


Tuttavia, quest’uomo ripartisce i suoi doni nella proporzione che gli aggrada. Per vari esegeti, qui risiede la principale difficoltà della parabola: a prima vista, sembrerebbe un’ingiustizia che il padrone della vigna paghi lo stesso salario tanto a quelli che hanno lavorato di più, quanto a quelli che hanno lavorato di meno.


Fillion evidenzia che, nel racconto, nessuno è stato dimenticato al momento della distribuzione, in modo da non creare motivo per lamentele. San Tommaso è dello stesso parere: “Quando si tratta di cose che vengono date per grazia, ciascuno può dare a suo piacimento a chi vuole, più o meno, senza pregiudizio della giustizia, purché a nessuno sottragga ciò che gli è dovuto”.3 Tornando a Fillion, egli conclude il suo ragionamento con una sentenza della massima importanza, sulla quale torneremo più avanti: “Ciascuno deve essere soddisfatto di quello che ha ricevuto e dimostrare riconoscenza, senza guardare con invidia quelli che hanno guadagnato di più”.4


La chiamata di Dio


16 “Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”.


Al termine del commento, l’autore francese indica un’altra rilevante lezione della parabola: “Non tutti iniziano a lavorare per la propria salvezza e santificazione nella stessa epoca della loro vita. Alcuni lo fanno nella prima ora, l’infanzia, altri in gioventù, altri ancora nell’età matura e alcuni iniziano quando già si manifestano i segnali precursori della morte. Beati gli operai della prima ora, che hanno vissuto soltanto per Dio! Beati anche quelli che, avendo udito a un certo punto della vita la chiamata della grazia, corrispondono a questa e accorrono presso il loro Salvatore, per lavorare con Lui e per Lui!”.5


Come dicevamo all’inizio di quest’articolo, Gesù preparava con le Sue predicazioni, in questa fase, la chiamata ai suoi seguaci futuri. Dio, proprio come risulta in questa parabola, chiama tutti alla perfezione, nonostante lo facciano in momenti e occasioni diverse della vita. Nessuno deve scoraggiarsi se ha lasciato a molto tardi il preoccuparsi della propria salvezza, poiché a tutti la misericordia di Dio riserva un premio. Nel frattempo, è anche necessario rispondere subito alla convocazione di Gesù, in maniera decisa. Nessuno di quelli chiamati al lavoro, in questa parabola, è arrivato a proporre un orario più tardo, ma immediatamente si è messo a lavorare. Nessuno ha inoltre rifiutato. Così dobbiamo procedere noi: non dobbiamo ritardare il nostro “sì” alla chiamata del Maestro.


L’invidia, “carie delle ossa”


Come abbiamo visto, Fillion recrimina l’invidia nata nel cuore di alcuni lavoratori della vigna. Infatti, questa parabola porta un insegnamento a proposito dell’inconsistenza, illogicità e malizia dell’invidia.


In cosa consiste tale vizio? Nella tristezza a causa del bene altrui. Tanquerey evidenzia che il dispetto causato dall’invidia è accompagnato da una costrizione del cuore, che diminuisce la sua attività e produce un sentimento di angoscia. L’invidioso sente il bene di un’altra persona “come se fosse un colpo inferto alla sua superiorità”.6 Non è difficile capire come questo vizio nasca dalla superbia, la quale, come spiega il famoso teologo padre Royo Marín, “è l’appetito disordinato della propria eccellenza”.7 L’invidia “è uno dei peccati più vili e ripugnanti che si possa commettere”,8 ci tiene a sottolineare il domenicano.


San Tommaso9 coglie, tra i diversi commenti di questo passo contenuti nella Catena Aurea, il fatto che i lavoratori della vigna non si lamentassero per il fatto di considerarsi defraudati nella ricompensa alla quale avevano diritto, ma perché gli altri avessero ricevuto più di quanto meritassero. Vediamo qui l’insensatezza dell’invidioso, al punto che soffre più per il successo degli altri che per le sue perdite.


Dall’invidia nascono diversi peccati, come l’odio, l’intrigo, la maldicenza, la diffamazione, la calunnia e il piacere per le avversità del prossimo. Essa è alla radice di molte divisioni e molti crimini, persino in seno alle famiglie. Basti ricordare la storia di Giuseppe d’Egitto. Dice la Scrittura: “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sp 2, 24). Ecco la radice di tutti i mali della nostra Terra d’esilio. Il primo omicidio della Storia ha avuto questo vizio come causa: “Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4, 4-5).


Nella parabola in questione, l’invidia è il motivo della maldicenza degli operai della prima ora contro il padrone della vigna. Questo stesso affermerà: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”. Peccato dalle conseguenze funeste, esso amareggiò molti angeli, già nel primo giorno della creazione, che per questa ragione furono precipitati dall’alto dei Cieli al più profondo degli inferi. Non sopportarono l’infinita superiorità di Dio e, chissà, la divinità di Gesù e la predestinazione di sua Madre alla maternità divina.


I Vangeli traboccano nella narrazione della perfidia degli scribi e farisei contro il Messia. Quale la causa di quest’odio deicida? Perfino Pilato “sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 27, 18). Con proprietà afferma il Libro dei Proverbi: “Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa” (14, 30).


Questo vizio comporta dei gradi. Quando ha per oggetto beni terreni – bellezza, forza, potere, ricchezza, ecc. –, avrà una gravità maggiore o minore, dipendendo dalle circostanze. Ma se riguarderà doni e grazie concesse da Dio a un fratello, costituirà uno dei più gravi peccati contro lo Spirito Santo: l’invidia della grazia fraterna. “L’invidia del profitto spirituale del prossimo è uno dei peccati più satanici che si possa commettere, perché con esso non solo si prova invidia e tristezza per il bene del fratello, ma anche per la grazia di Dio, che cresce nel mondo”,10 commenta padre Royo Marín.


Tutte queste considerazioni devono imprimersi a fondo nei nostri cuori, facendoci fuggire da questo vizio come da una peste mortale. Rallegriamoci per il bene dei nostri fratelli, e lodiamo Dio per la sua liberalità e bontà. Chi agirà così noterà, in poco tempo, come il cuore sarà tranquillo, la vita in pace, e la mente libera di navigare verso orizzonti più elevati e belli. Più ancora: diventerà egli stesso oggetto dell’affetto e della predilezione del nostro Padre Celeste.


Di passaggio, ci sembra opportuno notare che questa regola si applica non solamente a ogni cattolico, ma anche alle numerose famiglie spirituali esistenti nella Chiesa. Tra loro deve regnare sempre e in modo crescente l’atmosfera espressa dall’Apostolo in queste parole: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (I Cor 13, 4-7).


Dove impera l’amore di Dio, scompare l’invidia.


Sacro Cuore di Gesù

La ricompensa molto grande


Qui su questa Terra siamo solo di passaggio. Il nostro destino è la visione beatifica nell’eternità: “In lumine tuo videbimus lumen – Nella tua luce vediamo la luce” (Sal 36, 10). La nostra intelligenza parteciperà al lumen gloriæ – luce della gloria – di Dio e sarà attraverso questa che Lo vedremo, faccia a faccia. Egli sarà lo stesso per tutti, per cui, nella nostra parabola, il salario sarà lo stesso per ognuno degli operai della vigna. Ma un salario che colmerà tutti d’indicibile felicità, poiché, come ha detto Dio: “la tua ricompensa sarà molto grande” (Gen 15, 1). La condizione essenziale perché tutti giungiamo fin là è fissata però nella vera carità, e mai nell’invidia.


1) Cfr. FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.435.


2) Idem, ibidem.


3) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.23, a.5, ad 3.


4) FILLION, op.cit., p.435.


5) Idem, ibidem.


6) TANQUEREY, Adolphe. Compendio de Teología Ascética e Mística. 4.ed. Madrid: Palabra, 2002, p.455.


7) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología Moral para seglares. 7.ed. Madrid: BAC, 1996, v.I, p.488.


8) Idem, ibidem.


9) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XX, v.1-16.


10) ROYO MARÍN, op.cit, p.264.

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